Mi sembra utile ripresentare in questo articolo un tema solitamente piuttosto noto a chi si occupa di mitologia e storia dell’arte antica e rielaborato, tra l’altro, anche da me altrove. Mi riferisco, ovviamente, all’Amazzonomachia, la guerra degli eroi greci contro le Amazzoni. E lo ripropongo presentando la ricostruzione integrale, attraverso la comparazione tra le varie versioni, del mito di Eracle e Ippolita che fa parte delle 12 fatiche di Eracle. Sono queste un vero e proprio viaggio fisico e spirituale in 12 tappe che, al di là dello scopo immanente delle imprese, incarnano senz’altro, come l’Odissea, il viaggio dell’uomo verso la perfezione (laddove in questa nona tappa l’obiettivo è ottenere una cintura che dava coraggio al suo possessore). Celeberrima rimane, peraltro, la parodia in chiave gallica di tali fatiche proposta nel film di animazione “Le 12 fatiche di Asterix”. Le Amazzoni comunque rappresentano in parte un mondo al contrario, come quello descritto in un famoso libro uscito qualche mese fa in Italia o negli altrettanto famosi (per la cultura “pop”) videogiochi della serie “The Legend of Zelda” (dove sono identificate con le Gerudo, nemiche-amiche dei protagonisti a seconda dei casi). Non sempre le Amazzoni erano nemiche dei Greci, anche se solitamente erano guardate con sospetto e condannate alla sconfitta, non tanto e non solo per essere donne guerriere (a Sparta, ad esempio, sebbene le donne non combattessero, si allenavano anch’esse in maniera simile agli uomini), quanto piuttosto perché dal loro regno gli uomini erano direttamente esclusi. Esse dunque rappresentano il disordine, la mancanza di limiti e la disarmonia in un mondo come quello greco che fin dai tempi di Omero ed Esiodo (VIII sec. a. C.) aveva fatto dell’ordine, della moderazione e dell’armonia la propria bandiera. Interessante è la figura di “Pentesilea gloriosa”, che in uno dei poemi perduti successivi all’Iliade, noto come Etiopide, veniva identificata come la regina delle Amazzoni che combatterono contro gli Achei a Troia in qualità di alleate dei Troiani. In quella versione, Pentesilea, che era stata condannata da Afrodite per l’uccisione dell’Amazzone Melanippe ad essere desiderata sessualmente da tutti gli uomini che incontrava e che per questo, cioè per necessità, divenne poi la più forte tra le Amazzoni, sarà uccisa da Achille. Egli però se ne innamorerà drammaticamente vedendola agonizzante sotto le mura di Troia dopo averla spogliata delle sue armi e per questo sarà oggetto di scherno tra gli Achei. Dell’Etiopide, attribuita ad Arctino di Mileto, ci resta il riassunto e un solo frammento, che si collega direttamente con la conclusione dell’Iliade: “E così onoravano la sepoltura di Ettore domatore di cavalli. E venne l’Amazzone, la bella Pentesilea figlia di Otrere”. Tra i miti ad esse collegati, che ci tramandano anche i nomi di varie Amazzoni uccise a Temiscira da Eracle, reso invincibile dalla pelle del leone di Nemea, è degno di nota quello che le vede contrapporsi con successo perfino agli Atlantidesi. Lo stesso Alessandro Magno, secondo il “Romanzo di Alessandro”, avrebbe conosciuto un’Amazzone in Asia. Invece nel mondo latino la più celebre donna guerriera è senza dubbio Camilla, bellissima principessa volsca di cui ci parla Virgilio con tono tutt’altro che denigratorio. Sempre Virgilio menziona nell’Eneide anche Pentesilea. Infine, come non citare le “Amazzoni nordiche”, ossia le Valchirie, e l’eroica Eowyn, principessa guerriera di Rohan descritta nel “Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien? Peraltro, identificare il luogo d’origine delle Amazzoni della mitologia greca è un’impresa particolarmente complessa perché, a parte Temiscira, sul Mar Nero e nei pressi del fiume Tanai (Don), esse venivano spesso collocate in Africa o, in età moderna, in Sud America (Rio delle Amazzoni). Curiosamente, proprio in Africa è documentato un corpo militare di “Amazzoni”, guerriere scelte del regno di Dahomey (comprendente parte degli attuali Benin e Niger), sterminate nel secolo scorso dalla Legione Straniera Francese. Per questo prima ho scritto che le Amazzoni rappresentano sì un mondo al contrario, ma solo in parte, dato che all’interno delle più disparate culture (e non al di fuori o in opposizione ad esse, come nel mito), con certi e determinati limiti, c’è evidentemente posto anche per loro. Ecco di seguito il testo del mito in italiano:
Come nona fatica, Euristeo ordinò ad Eracle di procurare a sua figlia Admeta la cintura d’Ippolita, regina delle Amazzoni di Temiscira. Era, questa, una cintura bellissima, d’oro tempestato di rubini, donata da Ares alla regina, sua figlia. Da essa dipendeva non solo il coraggio di Ippolita, celebre in guerra, ma anche il potere stesso delle Amazzoni. Così, giunto Eracle nei pressi di Temiscira, non appena toccò terra con la nera nave venne a contesa con le Amazzoni, guardiane del porto. Tra queste, solo due risparmiò l’eroe figlio di Zeus e Alcmena: Melanippe e Antiope, sorelle di Ippolita. La prima fu presa e tenuta in ostaggio sulla nave; alla seconda, invece, Eracle disse così:
“Valorosa Antiope, illustre tra le Amazzoni, non è mio desiderio far del male a te e alle tue sorelle. Recati dunque da Ippolita, tua signora, e fa’ sì che lei venga qui, da sola, a parlare con me, prima che il sole domani tramonti. Ma attenta: se non lo farai, tua sorella ne pagherà le conseguenze e desidererà non essere mai nata”.
Corse allora Antiope e si recò da Ippolita. Ma Ippolita severamente le parlò con parole di fuoco:
“Sorella mia, sarebbe stato assai meglio che voi pure foste morte in battaglia o che tra i tormenti aveste reso entrambe l’anima con onore. Non si addice alle Amazzoni, infatti, cadere prigioniere e venire a patti con il nemico. Per questo pagherai il fio. Tuttavia, non sono senza cuore e non mi sono ignoti i legami di sangue: farò quel che dici”.
Ciò detto, ordinò che Antiope venisse frustata nella pubblica piazza e posta in ceppi, perché aveva mancato al suo dovere. Lei stessa, invece, si recò da Eracle. Non appena l’eroe la vide, la trovò assai bella: ai fianchi cingeva la cintura gemmata e nei suoi occhi ardeva la vampa di Ares guerriero. Nel mentre Antiope, offesa nel corpo e nell’onore, meditava vendetta: convinse le Amazzoni bellicose che la regina corresse un grave pericolo, che di Eracle non ci si potesse fidare e che si dovesse dunque preparare la guerra. “Se la regina è in pericolo la colpa è tua”, le disse un’Amazzone in assemblea. “No, compagna”, rispose Antiope, “perché io ho agito per salvare nostra sorella, per evitarle un futuro di odiosa schiavitù, che è peggiore della morte”.
“Chiedimi tutto”, diceva intanto Ippolita al cospetto di Eracle sulla nera nave, “fosse anche metà del mio regno, ma non la cintura, dono di mio padre, che è Ares guerriero. Questa no, proprio non posso dartela, finché sono viva. Il mio trono, il mio popolo, tutto dipende da essa”.
In quel momento si udirono grida di guerra, si vide l’esercito delle Amazzoni in armi, guidate da Antiope. Eracle allora si rivolse ad Ippolita:
“Questo per me è tradimento, sei venuta meno ai patti. Possa la maledizione di Zeus tonante cogliere te e tutto il tuo popolo e scagliarvi nel Tartaro assieme ai traditori!”.
“No, mio signore!” rispose Ippolita, “io non so nulla. Non ho dato io l’ordine di schierare l’esercito in armi. Dev’essere stata Antiope, per vendicarsi di me, giacché ho ordinato di farla frustare come una schiava”.
Ma Eracle astuto, che in cuor suo sapeva che la regina dicesse la verità, finse di non crederle: “Dimostrami la tua buona fede. Convinci le Amazzoni a ritirarsi, ma prima lasciami in pegno la tua cintura”.
“Hai già mia sorella, signore, questo non ti basta?”
“No, non mi basta”.
E la regina, costretta, si tolse la cintura consegnandola ad Eracle, potentissimo tra gli eroi. Poi, scesa dalla nave, tornò dalle Amazzoni. Queste però la accolsero con freddezza, non accettarono la sua offerta di pace.
“Certamente costei è impazzita”, esclamò Antiope, “non è più la regina di un tempo, sterminatrice di popoli. Il nostro nemico deve averla stregata. Uccidiamola, dunque, e riprendiamoci la cintura e l’onore!”
Così disse e, una volta legata Ippolita, ordinò a Pentesilea gloriosa di tagliarle la testa, che fu gettata ai piedi di Eracle. Si infuriò per questo oltraggio l’eroe e, indossando la cintura, ordinò di combattere e sterminare le Amazzoni. Per la prima volta, vedendolo con la loro cintura, esse furono prese da grande timore. Dopo un breve scontro, ritenendosi perdute, le Amazzoni si diedero a una fuga disordinata. Morirono quasi tutte, tranne Pentesilea, che riuscì a fuggire, e Antiope, che pur combatteva valorosamente: infatti cercava la morte più di ogni cosa e con le sue nobili guardie non arretrava di un passo. Costei, però, ferita a una gamba, fu catturata, spogliata delle proprie armi e portata, umiliata e sofferente, al cospetto di Eracle. Vide anche la sorella Melanippe, silenziosa, legata sul ponte della nera nave. “Abbi pietà, signore”, disse Antiope ad Eracle, “uccidimi qui. Non oltraggiare ancora il mio onore”.
Ma le rispose l’eroe: “Tu non hai onore. Hai tradito le tue sorelle, il tuo popolo e i patti presi con me. Sarai curata e sopravviverai, perché la tua ferita è dolorosa ma non grave, ma sarai schiava per il resto dei tuoi miserabili giorni”.
Così dicendo affidò Melanippe e Antiope a Teseo, che le portò come preda di guerra ad Atene. E si dice che Melanippe fu in seguito madre di Ippolito. Eracle invece fece rotta verso la casa di Euristeo e consegnò la cintura ad Admeta, che divenne poi sua moglie. E fu così che il coraggio, virtù di Ares divino, si diffuse infine tra i Greci.




