“There is a history in all men’s lives,
Figuring the nature of the times deceased;
The which observed, a man may prophesy,
With a near aim, of the main chance of things
As yet not come to life, which in their seeds
And weak beginnings lie intreasured.”
William Shakespeare nella sua opera “Enrico IV, Parte 2” nell’Atto 3, Scena 1, ci mostra il Re Enrico che riflette sullo scorrere del tempo e sulle intuizioni che esso fornisce e, leggendo queste righe, viene da chiedersi: ma noi siamo ancora capaci di riflettere sullo scorrere degli eventi che si succedono davanti alle nostre vite?
Probabilmente no, eppure davanti a noi si sviluppa non solo una storia ed una cronaca fatte di eventi collettivi ma anche, parallelamente, la vita individuale di ciascuno di noi, senza la quale non esistono nè storia, nè cronaca: è infatti nel rapporto biunivoco tra ognuno di noi e gli eventi che si crea la storia e la cronaca che ciascuno vive.
Del resto, la morte che spesso vediamo come ineludibile termine della nostra vita chiude indiscutibilmente per ciascuno la sua storia ma quello che ci chiediamo è se tale fatto abbia un valore universale o individuale.
Direi che la fine della vita individuale è indiscutibilmente anche un fatto universale, giacchè ogni persona è un’universalità nella sua unicità ed irripetibilità.
Ogni persona va ad inserirsi come ingranaggio indispensabile della storia collettiva e della cronaca, nulla conta che abbia un rilievo pubblico: nel senso di notorietà o meno, lunga durata o impercettibile istantaneo passaggio, come nel caso di un aborto, per esempio, essa comunque è stata, sarà ed è esistita.
Nella spiaggia come granello o nel mare come goccia che ha fatto parte del tutto; ed il problema posto all’inizio è di chiedersi se ciascuno di noi, questo concetto del fare parte di un tutto se lo ponga o meno e se si renda conto della sua indispensabile necessità di esistere, connessa al fatto che, comunque vada, egli è esistito.
Siamo abituati a considerare solo quegli eventi macroscopici che sempre non sono altro che l’atto finale di un processo che ha molte piccole matrici.
E’ interessante notare che le guerre, le paci, il crollo di un impero o di uno Stato, le vicende e fatti che quotidianamente sentiamo e attraversiamo, appaiano a tutti come fatti che poi diventano cronache e poi Storia, senza che nessuno si accorga del momento del loro passaggio da una dimensione individuale ad una collettiva.
Ma questo avviene perchè questo passaggio non c’è, in quanto ogni fatto è, di per sè, storia dall’inizio solo che noi non lo capiamo subito e abbiamo bisogno del tempo e di connessioni, per articolare una costruzione che già andrebbe per suo conto ma di cui noi ci attribuiamo, in modo del tutto irreale, la regia.
Al di là, del dolore di circostanza, espresso per convenienza o lotta politica, manca alla coscienza civile di ognuno la compassione che è l’unico elemento che potrebbe realmente incidere su eventi collettivi come le guerre, le pandemie o qualsiasi alto evento che non vorremmo per noi stessi.
Il compatire non è semplicemente, come generalmente si crede, il soffrire insieme ma è il saper amare il tuo prossimo comprendendone il piacere ed il dolore, cioè sentendo quello che sente lui e, di conseguenza, agendo come fossi lui.
Se tutti noi realmente compatissimo il popolo Israeliano, Palestinese, Russo, l’Ucraino, Sudanese, agiremmo di conseguenza ed invece di assistere al lento scorrere degli eventi, vivendo la nostra esistenza più o meno normalmente, agiremmo per fare cessare il nostro dolore.
La ragione del malessere diffuso che attanaglia ciascuno di noi è solo la coscienza della sua incapacità di compatire e, quindi, di amare.




