Breve recensione del film “L’agente segreto” candidato all’oscar 2026 quale miglior film brasiliano.
Il film l’agente segreto del regista brasiliano Kleber de Mendonça Vasconcelos Filho é un film onirico, nel senso che con maestria il regista disvela genialmente una trama che interseca costantemente sogno, immaginazione e realtà. Il film si apre con il viaggio del protagonista, un ricercatore universitario in fuga da una non precisata minaccia mortale che incombe su di lui.
Il professore, nel 1977, percorre sul suo maggiolino giallo una strada interstatale o provinciale brasiliana, immersa nell’ambiente ostile di una campagna incolta, sgradevolmente deserta, dove vegeta un’umanità sfatta, quasi d’ispirazione pasoliniana: si ferma così ad un distributore di benzina, perso nel nulla caldo della pianura brasiliana. E qui, la scena gli presenta surrealmente un cadavere al centro della piazzola, coperto da un cartone e un benzinaio grasso e scamiciato che, davanti alla comprensibile paura e voglia di scappare dell’automobilista, lo rassicura dicendogli che era un rapinatore e gli hanno sparato in faccia e lo hanno ucciso: giace da giorni ad imputridire perché la polizia é occupata con il carnevale e non é venuta a prenderselo.
Questa apertura shock inizia una sequenza di scene magistrali che, via via, aumentano il clima surreale del film: dall’arrivo della polizia stradale casuale e che, nella veste di un agente con la divisa sudata e macchiata di sangue, subdolamente, prima tenta di trovare escamotage legali per impossessarsi della macchina del protagonista e poi, giacché constata che tutto é in regola con il codice stradale, apertamente chiede l’offerta di soldi per “il ballo della polizia” e alla fine, davanti alla povertà del protagonista, rimedia un semplice pacchetto di sigarette iniziato. Tutto ciò avviene davanti al corpo dell’ucciso che intanto viene ripetutamente assaltato dai cani randagi, nella totale indifferenza dei poliziotti e con la disperazione rabbiosa del benzinaio che caccia i cani famelici urlando. Tutto sembra quasi galleggiare in un universo alternativo, dove realtá e situazioni grottesche ma rappresentative della corruzione, violenza e povertà estrema sudamericana, si aprono e susseguono senza sosta, intrecciate però con l’aria scanzonata di un racconto che ha la saudade, la serietá ma sempre l’allegria della cultura portoghese e brasiliana; ci si trova perciò a ridere, paradossalmente, delle situazioni più estreme e tragiche, in un’alternanza di soluzioni sceniche che evocano le scene cult del cinema di Quentin Tarantino di pulp fiction, nelle scene di morte o di sesso, a volte discrete, a volte estremamente esplicite; o del Tornatore di nuovo cinema paradiso, nella figura del bambino figlio del protagonista e del nonno della sala di proiezione, nella quale, dalla finestra del proiettore, si intravedono le immagini del film lo Squalo di Spielberg: film stesso del 1975 che entra ed esce in astratto varie volte nell’arco del nostro film, ed irrompe materialmente anche lui nella trama, specificamente nella scena surreale della gamba umana che emerge dalla pancia dello squalo enorme, pescato e sezionato nel centro oceanografico di Recife e davanti all’improbabile, scomposto ed incapace capo della locale polizia che, con incredibile sagacia, si chiama Euclide, in un rovesciamento assoluto di senso logico deduttivo. Il film con estrema sagacia passa, incessantemente, dal piano reale a quello onirico e poi vi irrompe improvvisamente il racconto dei fatti accaduti, reso efficacemente con la figura della ricercatrice universitaria, incaricata di digitalizzare giornali e audiocassette che, nel 1977, avevano registrato i fatti cronaca raccontati nel film avvenuti sullo sfondo del carnevale brasiliano e che si manifesta quale vera narratrice della storia.
In questo contesto non mancano le scene tragicomiche surrealiste, nello stile del film l’aereo più pazzo del mondo, della gamba tagliata che va in giro da sola prendendo a calci i reprobi.
In conclusione, il film é veramente originale perché riesce a condensare, in una rievocazione sottesa delle scene cult della storia del cinema, i temi sociali ed eterni delle vicende umane, materializzandole però in un contesto storico assolutamente perfetto. Vi é, quindi, la ricerca delle proprie origini, nel quasi spasmodico lavoro del protagonista che viene assunto all’ufficio anagrafe e cerca tra i documenti dell’archivio la carta d’identitá della madre che non ha potuto conoscere o nel gatto a due teste che vive nel rifugio per la protezione dei testimoni anch’esso simbolo della doppia identitá umana, ed infine, nel sangue del popolo rappresentato dal centro di donazione del sangue in cui finisce a lavorare il figlio del protagonista cresciuto che poi scopriamo essere lui stesso nella realtà.




