Ambientalismo e/o difesa della vita umana?

La tematica che si intende affrontare in queste pagine è tanto attuale quanto (apparentemente) paradossale. Agli occhi di qualsiasi persona di retta ragione e buona volontà sembra, infatti, evidente la correlazione esistente tra tutela dell’ambiente e difesa della vita umana1, eppure è proprio da istanze di carattere ambientalistico che, specialmente nell’età contemporanea, sono state veicolate e diffuse in Occidente le più aberranti teorie eugenetiche. Sarà bene, dunque, esaminare sommariamente l’evoluzione del pensiero ambientalista a partire dalle sue origini, nel mondo greco-romano, per comprenderne le attuali, pericolose derive in linea, peraltro, con un più generale “problema antropologico”. Non ci occuperemo dei risvolti politici dell’ambientalismo contemporaneo, che pure meriterebbero un discorso a parte, considerato che la notevole frammentarietà del panorama internazionale ci costringerebbe ad un lavoro fin troppo puntiglioso ed estenuante. Anzitutto va notato come il rapporto uomo-natura sia sempre stato all’ordine del giorno nelle dispute dei filosofi, sicché è noto che la filosofia stessa sia convenzionalmente nata in Grecia proprio in seguito alle riflessioni di Talete, Anassimandro e Anassimene (i cosiddetti “Fisici”), sull’origine dell’universo. Successivamente, limitandoci per ora al più specifico rapporto uomo-animali, spicca, tra gli altri, la figura semileggendaria di Pitagora che, non ignaro delle grandi tradizioni orientali, insegnava ai suoi discepoli a non mangiare alcuni tipi di carne. Egli riteneva, infatti, che nel corpo di molti animali fossero in realtà imprigionate delle anime umane, reincarnatesi a seconda della vita condotta in passato. Così, il fondamento del vegetarianismo predicato da Pitagora può riassumersi, secondo P. Li Causi, in questo semplice sillogismo:
1) Gli uomini non dovrebbero uccidere o mangiare altri uomini; 2) Gli animali potrebbero essere stati uomini in una precedente vita; 3) Ergo, gli uomini non dovrebbero mangiare o uccidere altri animali2.
Nella spiegazione del sillogismo, Li Causi sottolinea ancora che
Per un verso sembra, dunque, che i Pitagorici non vedano ancora nell’animale un fine in sé, dacché la loro logica appare inficiata da una sorta di eccesso di inclusione: gli animali devono essere rispettati non in quanto animali, ma in quanto facenti parte, sia pur virtualmente, della classe degli umani. Per altro verso, però, l’argomento della trasmigrazione dei corpi sembra associato in nuce a quello che, nel dibattito contemporaneo, i filosofi chiamerebbero “l’argomento della sensibilità”. […] Il fatto è però che l’argomento della sensibilità e l’argomento della trasmigrazione sembrano comprendere delle eccezioni. Sempre Diogene Laerzio3, infatti, ci racconta che non di tutti gli animali Pitagora vietava il sacrificio ed il consumo carneo4. Si entrava, pertanto, con circa 2500 anni di anticipo e con le dovute differenze terminologiche e culturali, nello spinoso dibattito su “esseri senzienti” e “non senzienti”, “specismo” e “antispecismo” che ancora oggi infiamma gli animi e che, purtroppo, provoca più o meno direttamente non poche vittime. Tuttavia, quest’ultimo passo, l’eliminazione fisica di esseri umani considerati “non senzienti”, non può essere imputato al pensiero antico che, al contrario, ebbe quasi sempre ben presente e cercò di tutelare come poteva la dignità intrinseca di ogni persona (libera)5. Alcuni secoli dopo Pitagora, Aristotele, nell’ambito del suo imponente tentativo di sistematizzare quasi tutto lo scibile umano dell’epoca, classificò gli animali in categorie che, con termine moderno, definiremmo “specie”. Al vertice di questa classificazione era posto l’uomo, l’”animale politico” dotato di “logos”. Il fatto che, per lo Stagirita, solo l’uomo sia dotato di ragione non esclude, comunque, che anche agli altri animali sia attribuita una certa capacità di pensare, come aveva già notato Platone, che ne aveva rapidamente parlato all’interno di alcuni dialoghi. Quel che agli animali, considerati communi sensu, manca, se di mancanza si può parlare, è, piuttosto, la capacità di andare oltre la realtà contingente, che è invece intrinseca negli esseri umani.
L’argomento della sensibilità, che Pitagora aveva associato all’argomento della trasmigrazione, non sembra bastare ad Aristotele: il fatto che gli animali possano percepire e addirittura comunicare le proprie sensazioni non è una condizione sufficiente a non recare loro danno perché “le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo, gli animali domestici in quanto servono all’uso e al nutrimento e i selvatici, se non tutti, almeno per la maggior parte, in quanto servono a fornire cibo e ad altri usi, come materiale per vesti e altri strumenti. Se dunque la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo (Pol. 1256 b 15-22)” […]. In parole povere, Aristotele, più che rispondere esplicitamente a una domanda del tipo “ma gli uomini devono mangiare carne o no?” si limita semplicemente a descrivere quello che per lui è un semplice dato di fatto (“gli uomini mangiano anche carne”); solo che questo dato di fatto rappresenta anche, in qualche modo, la norma […] dell’umano6.
Le affermazioni di Aristotele costituirono, anche in questo ambito, delle vere e proprie “pietre miliari” nello sviluppo del pensiero filosofico sul nostro tema. Eppure, la via mediana nel rapporto uomo-animali da lui tracciata non fu certo condivisa da tutti, al punto che, nei primi secoli dell’era cristiana, San Paolo scrivendo al greco Timoteo ritenne opportuno metterlo in guardia da chi
Impone di astenersi da alcuni cibi, che Dio ha creato perché i fedeli, e quanti conoscono la verità, li mangino rendendo grazie. Infatti, ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato, perché esso viene reso santo dalla parola di Dio e dalla preghiera7
Il problema non è, dunque, mangiare o non mangiare carne ma, piuttosto, non imporre la propria scelta agli altri su un tema tutto sommato futile. Proprio questo è un aspetto che, oggi come allora, fatica a farsi strada nel pensiero di molti teorici del “vegetarianismo” o del “veganesimo”, che tendono non solo a considerarsi migliori dei “carnivori” per il loro presunto rispetto degli animali, ma addirittura a condannare alla stregua di assassini coloro che non la pensano allo stesso modo: le recenti aggressioni organizzate ai danni dei produttori di carne in Australia ne sono la dimostrazione più eclatante8. Sempre in epoca romana la questione del rapporto con gli animali fu ulteriormente dibattuta, prima ancora di S. Paolo, da Tito Lucrezio Caro, che si poneva su posizioni fondamentalmente aristoteliche sottolineando la necessità per l’uomo di sfruttare razionalmente gli animali per il proprio sostentamento. Dal punto di vista poetico, inoltre, Publio Ovidio Nasone recuperò alcuni concetti fondamentali del pitagorismo all’interno delle sue Metamorfosi, ma furono soprattutto Plutarco, Porfirio ed Eliano ad assumere le posizioni più “all’avanguardia” nei loro trattati sugli animali.
Quello che accomuna le posizioni di questi autori è che in loro la ricerca zoopsicologica sembra aver perduto le molteplici sfumature teoriche che aveva assunto con Aristotele prima e con gli Stoici dopo: nelle loro argomentazioni non esistono differenze – se non di grado – fra l’anima degli animali e l’anima degli uomini […]. Un po’ come era già avvenuto con la filosofia presocratica, in questi autori la semplice percezione (aisthesis) è in generale equiparata tout court al logos, e dalla capacità di avvertire il dolore e il piacere si desume in maniera immediata lo statuto etico di tutti gli animali, che diventano passibili di azione morale da parte degli uomini, e che talvolta agiscono, in prima persona, come attori capaci di contrarre patti e rispettare leggi e costumi umani9.
Le posizioni suddette, tranne il caso di Porfirio che si oppose ai sacrifici animali, generalmente non intendevano minare a fundamentis il consumo di carne o pratiche molto diffuse come la caccia, limitandosi a parlare da un punto di vista puramente teorico. Esse, però, costituirono un seme che, “innaffiato”, per così dire, dall’”Utilitarismo” di Bentham, dal pensiero di Malthus e da influssi novecenteschi, ha portato, muovendosi da presupposti apparentemente neutri, ad un attacco feroce contro l’intangibile sacralità della vita umana, con le peggiori conseguenze sul piano morale, giuridico e scientifico. Ad ogni buon conto, con il pensiero ebraico-cristiano, alla valorizzazione dell’uomo come essere provvisto di logos, ora proposto in termini di “libero arbitrio” (ossia, in estrema sintesi, la capacità di scegliere dei principi morali assoluti a cui conformare la propria vita per il bene di sé stessi e degli altri), si aggiunse la sua sublimazione quale immagine di Dio. Immagine che può essere offuscata o rinnegata nell’agire pratico, ma mai cancellata totalmente, perché impressa nella persona umana prima ancora del concepimento: «Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato, ti ho stabilito profeta delle nazioni»10. Nel connubio tra classicità e cristianità appare ormai compiuto, in teoria, il passaggio tra il “valere per ciò che si fa” (cfr. “Qualità della vita”) ed il “valere per ciò che si è” (cfr. “Dignità della vita”). Sono queste le tematiche su cui, facendo un sofferto ma necessario salto di vari secoli, si gioca la partita contemporanea in ambito bioetico. Nel 1975 (si faccia attenzione alla data!), infatti, il filosofo australiano P. Singer, docente di bioetica in diverse e prestigiose Università, pubblicò un saggio intitolato Liberazione Animale (Animal Liberation), divenuto ben presto il manifesto dell’animalismo contemporaneo:
Tutte le tesi esposte da Singer nei suoi testi e in vari articoli […], possono essere ricondotte a quattro semplici assiomi, loro punto di partenza e nocciolo comune: 1) Il dolore è negativo, dove per dolore si intende qualsiasi genere di sofferenza sia fisica che psicologica, a prescindere da chi lo provi; 2) Gli esseri umani non sono gli unici capaci di provare sofferenza o dolore, queste condizioni appartengono anche alla maggior parte degli animali non umani, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica […]; 3) Nel soppesare la gravità dell’atto di togliere una vita bisogna prescindere da: razza, sesso, specie, ma analizzare altre caratteristiche dell’essere che verrebbe ucciso: suo desiderio di continuare o meno a vivere, qualità della vita che sarebbe in grado di condurre; 4) Tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare […]. La teoria filosofica di riferimento di Singer è l’utilitarismo della preferenza, secondo il quale la valutazione sulla liceità etica di un’azione deve tener conto delle conseguenze che questa provoca sull’intero sistema coinvolto, non sommando le singole conseguenze, ma valutando le preferenze di tutti gli individui coinvolti.
A questo punto possiamo chiederci: per un utilitarista le preferenze degli animali sono da tenere in considerazione o meno rispetto a quelle degli esseri umani? La risposta di Singer, come quella del fondatore dell’utilitarismo classico Bentham, è affermativa, la valutazione sulla liceità etica delle azioni umane nei confronti degli animali si elabora non confrontando le loro intelligenze ma le loro capacità di soffrire. È proprio la capacità di soffrire che fa nascere in Singer la convinzione che ogni essere senziente, umano e non, abbia diritto ad un’equa considerazione morale, il non riconoscere ciò viene condannato come una forma di razzismo che il nostro filosofo definisce “specismo”11 […]. Le tesi “scandalo” di Singer sostengono che uccidere non è sempre sbagliato e che non tutte le vite hanno lo stesso valore, questo perché egli rifiuta di attribuire un valore assoluto alla vita, il che non significa che la vita non abbia un valore elevato o che non sia grave uccidere, ma significa che nel caso fossimo costretti ad uccidere qualcuno non dovremmo guardare alla razza, al sesso o alla specie ma solo alla volontà e al desiderio o meno di continuare a vivere del soggetto in questione ed alla qualità della vita che questi condurrebbe. Su queste basi Singer sostiene l’eutanasia: sostituendo all’etica della “sacralità della vita” un’etica della “qualità della vita” secondo la quale non è la vita in sé ad essere sacra, ma è il mio progetto di vita ad essere assolutamente intoccabile, le mie scelte come essere senziente, autocosciente e capace di pianificare il proprio futuro, e tra queste scelte potrebbe esserci quella di non continuare a vivere in condizioni di particolare sofferenza che non rispecchiano il modo in cui avevo scelto di condurre la mia vita. Si schiera poi a favore dell’aborto, come mezzo per evitare la sofferenza inutile, quando si può evitare, proprio all’inizio, al momento della nascita del bambino, quando questi non è un essere senziente, non ha autocoscienza, né desiderio di continuare a vivere quindi la sua vita non ha più valore di quella di un qualsiasi essere non umano senziente ed autocosciente, “provocare la morte di un bambino disabile non equivale moralmente a provocare la morte di una persona. A volte non è per niente sbagliato12.
Conseguenza di queste teorie è la proclamazione di 5 nuovi “comandamenti morali”, contrapposti a quelli della morale cosiddetta tradizionale:
Primo comandamento vecchio:
“Tratta tutte le vite umane come dotate di egual valore” Primo comandamento nuovo: “Riconosci che il valore della vita umana varia” con questo comandamento Singer sostiene che una vita priva di coscienza, senza interazioni sociali, mentali, fisiche con altri esseri, non ha alcun valore. Secondo comandamento vecchio: “Non sopprimere mai intenzionalmente una vita umana innocente” Secondo comandamento nuovo: “Assumiti la responsabilità delle conseguenze delle tue decisioni” Con ciò Singer vuole dire che non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche delle nostre omissioni. Siamo responsabili della situazione dei paesi poveri e proprio per questo siamo chiamati ad impegnarci perché queste popolazioni raggiungano almeno il soddisfacimento dei beni fondamentali. Quando compriamo abiti alla moda, ceniamo in costosi ristoranti, stiamo decidendo di non destinare quei soldi al miglioramento delle condizioni di vita di miliardi di persone, quando non finanziamo le varie organizzazioni di soccorso “siamo tutti colpevoli di omicidio”. Terzo comandamento vecchio: “Non toglierti mai la vita e cerca sempre di evitare che lo facciano altri” Terzo comandamento nuovo: “Rispetta il desiderio delle persone di vivere e di morire” Quarto comandamento vecchio: “Crescete e moltiplicatevi” Quarto comandamento nuovo: “Metti al mondo bambini solo se sono desiderati”. Così Singer ammette l’aborto sostenendo che il feto non ha razionalità, autocoscienza, desiderio di vivere, né è in grado di provar sofferenza. Quinto comandamento vecchio: “Tratta ogni vita umana come più preziosa di ogni vita non umana” Quinto comandamento nuovo: “Non operare discriminazioni sulla base della specie”13.
Evidentemente, non tutto ciò che Singer afferma è privo di valore agli occhi di chi scrive; tuttavia, la logica “epurativa” che sta dietro la sua “nuova morale” è da condannare senza mezzi termini. Basti pensare che essa può considerarsi, per certi versi, nient’altro che una rielaborazione delle convinzioni che mossero Hitler nel promulgare le leggi di “epurazione della razza”, con le quali ordinò la soppressione sistematica di malati gravi, disabili e tutti coloro le cui vite erano arbitrariamente ritenute “indegne di essere vissute”. A queste disposizioni legislative disumane si affiancarono, fin dal 1933, provvedimenti in difesa degli animali, come il divieto della pur esecrabile vivisezione:
La legge sulla vivisezione del 16 agosto 1933 fu presentata proprio come una risposta alla posizione della Chiesa e dell’ebraismo, colpevoli, a detta del regime, di voler “approfondire ed allargare l’abisso tra l’uomo che ha l’anima e gli animali senza anima”. Come Hitler, anche il terribile Himmler, capo delle SS, che autorizzò sempre gli esperimenti sui prigionieri vivi, si professava adoratore della natura, e ripudiava non solo la caccia degli animali per mangiare, ma, richiamandosi agli antichi popoli indogermanici e ai monaci buddisti, condannava persino l’uccisione, involontaria, di lumache e vermi schiacciati per errore dai piedi dei viandanti14.
Anche qui, come vedremo in seguito, il substrato di base è costituito da un feroce odio verso l’essere umano in quanto tale, definito come «il microbo più pericoloso che si possa immaginare». Tra Singer, di origine ebraica e ben consapevole degli orrori della “Shoah” ed il nazismo vi sono, però, delle differenze formali, che si ravvisano soprattutto nei sistemi con cui attuare le pratiche eugenetiche. Alcuni estratti da un’intervista da lui rilasciata a “Il Foglio” nel 2008 contribuiranno a chiarire la questione:
Qual è la sua reazione quando la paragonano al nuovo Mengele? Ho perso tre nonni nell’Olocausto. Questo paragone svilisce ciò che fecero i nazisti e mi offende profondamente. Se dovesse accettare il piano di paragone tra l’eutanasia dei nuovi nati e il programma nazista, cosa risponderebbe? La differenza principale è che negli anni Trenta l’eutanasia era diretta dai medici per ordine del governo, io voglio che sia una decisione dei genitori in accordo con il medico. L’eutanasia nazista era razzista, diretta a modificare il volk, il popolo, mentre io propongo l’alleviazione delle sofferenze, non da parte dello stato, ma dei genitori15.
Una questione di metodo, dunque, decisamente al passo con i tempi in cui viviamo… Rispondendo ad alcune domande sull’aborto, Singer lo definisce chiaramente come «omicidio», pur giustificandolo fino alla nascita ma anche oltre (infanticidio) perché non «può esserci una differenza morale cruciale fra lo sviluppo di un essere umano dentro e fuori il corpo materno […]. Non avviene niente di magico alla nascita». Prima di lasciare questo personaggio, ci preme sottolineare alcuni aspetti: il primo è che il concetto di “qualità della vita” come misura della vita stessa è privo di senso, perché la vita non è un bene commerciabile. Come viene data, così la si deve accettare, impegnandosi, magari, per migliorarla anche nei confronti di chi ci sta intorno. Tra l’altro, un’etica basata sulla “qualità della vita” non potrà mai contrapporsi logicamente ad una basata sulla “dignità” (parola di origine latina che significa bellezza ma anche valore) di essa, perché mentre la dignità è, per così dire, un principio intrinseco alla vita stessa, la qualità ne è elemento estrinseco, comunque dipendente dal concetto di dignità: se, infatti, una cosa vale poco o nulla di per sé (in quanto, come sostiene Singer, il suo valore si costruisce su altri elementi), questa non potrà neanche avere alcuna qualità. Il secondo elemento è che dare la morte (tra l’altro in modi non esattamente piacevoli come la decapitazione, l’aspirazione, lo squartamento, l’avvelenamento, l’inedia o l’asfissia, magari in seguito a sedazione…) non può mai essere la soluzione al problema della sofferenza, perché morire rappresenta il culmine della sofferenza16. Nessuno può pensare di risolvere un problema peggiorandolo fino alle estreme conseguenze, a meno che non sia mosso da altre esigenze che ritiene prioritarie, magari di natura economica. Al contrario, la tanto temuta “vita di sofferenze” che Singer intenderebbe combattere, può essere superata dai progressi della scienza medica che, ricordiamolo ancora, è nata per servire la vita, non la morte. Chi scrive è testimone del fatto che le opinioni alla base dell’eugenetica singeriana, maturate anche in seguito a delle ricerche sui trattamenti riservati ai bambini affetti da spina bifida a Melbourne, sono ricche di pressappochismo e amenità. Il terzo ed ultimo aspetto riguarda la distinzione tra esseri “senzienti” e “non senzienti”, ovvero tra “persone” e “non persone”, che è poi il cardine su cui tutto il sistema si sorregge17. Anche in questo caso si tratta di una distinzione piuttosto approssimativa, perché definire un essere sulla base di una sua caratteristica fisica (che, quindi, non essendo essenziale, potrebbe anche perdersi con il tempo o addirittura non svilupparsi, senza peraltro pregiudicare le altre caratteristiche dell’essere in questione), non è ragionevole18. Infatti, è noto che la moderna ideologia vegana, che a Singer si riferisce, si fonda proprio sulla negazione ideologica del fatto che anche le piante siano esseri viventi, cosa invece evidente a qualunque biologo. Inoltre, l’idea che possano esistere delle “non persone”, che il diritto romano applicava agli schiavi per giustificarne lo sfruttamento, è già stata confutata, almeno in linea teorica, da Seneca nella quarantasettesima epistola a Lucilio: «Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. ‘Servi sunt.’ Immo homines. ‘Servi sunt.’ Immo contubernales. ‘Servi sunt.’ Immo humiles amici. ‘Servi sunt.’ Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae»19. Da questi stessi principi della bioetica antispecista, molto “convenienti” se analizzati da un punto di vista puramente economico (perché curare i malati ha un costo più o meno alto), traggono origine le varie leggi sull’aborto sviluppatesi, non a caso, nel corso degli anni Settanta, e quelle sull’eutanasia. Ci azzardiamo, pertanto a spiegare così il fatto che quando, circa due millenni fa, fu elaborato il “Giuramento di Ippocrate”, si affermò che il medico non avrebbe dovuto chiedere compenso per la propria attività: una prospettiva utopistica ma che avrebbe forse evitato delle gravissime “invasioni di campo”. Oggi il concetto di qualità della vita è talmente penetrato nella mentalità comune che, in Italia o all’estero, molti medici (anche cattolici) ritengono loro dovere non tanto il cercare di salvare ad ogni costo la vita del paziente (magari discutibilmente classificato come “terminale”, come se, in fondo, terminali non lo fossimo un po’tutti)20, ma il limitarne quanto più possibile le sofferenze. Ciò può avvenire anche a scapito di eventuali altre cure, tutelando, nel contempo, gli interessi economici della struttura sanitaria e, a volte, di altri soggetti: in taluni casi la morte, da nemica giurata quale dovrebbe essere, con una logica degna di Caio Giulio Cesare o del generale Sun Tzu21 è divenuta alleata del medico (come del resto lo è da sempre per il veterinario ma questo, in una prospettiva normale, dovrebbe essere un altro discorso…). L’autore del presente contributo ha constatato con i suoi occhi un tale abominio, non si limita a riferire parole d’altri. A questo punto il discorso potrebbe dirsi concluso, se non fosse che Singer non è l’unico, né il primo ambientalista contemporaneo a propugnare teorie quantomeno moralmente discutibili. Già prima di lui, infatti, Julian Huxley, nipote di Thomas Huxley e fratello dello scrittore di stampo distopico Aldous Huxley, nonché docente di zoologia ad Oxford e primo presidente dell’UNESCO, teneva conferenze in diverse parti del mondo sulla necessità di un più stretto controllo delle nascite22. Lo stesso Huxley, insieme a Filippo di Edimburgo, a Bernardo dei Paesi Bassi ed altri, nel 1961 diede vita al World Wildlife Fund, meglio noto con la sigla WWF. Interessante, ai fini del presente contributo, è notare che, mentre è ormai celebre l’affermazione del duca di Edimburgo, il quale, nella prefazione al libro biografico Se fossi un animale (If I were an animal, con Fleur Cowles, 1987), sostenne che gli sarebbe piaciuto reincarnarsi in un virus mortale per contribuire a risolvere il problema del sovrappopolamento mondiale, non molti sanno che il principe Bernardo fosse, a suo tempo, un membro delle SS naziste:
Il principe Bernard era un nazista, membro delle SS, il quale, costretto alle dimissioni dal partito in vista della sua funzione reale, firmò la sua lettera di dimissioni con un “Heil Hitler!”. Il criterio di impronta ecologica di cui si serve il WWF fu elaborato da una fondazione britannica, Optimum Population Trust23, che fa apertamente campagna per ridurre dei due terzi la popolazione mondiale allo scopo di riportare a due o tre miliardi il numero di individui24.
Sempre lo stesso articolo evidenzia ancora che
Dal momento che il pianeta subisce una drastica caduta della produzione di beni primari per il sostentamento della popolazione, il Fondo Mondiale per la Natura (World Wildlife Fund) ha pubblicato il 29 ottobre scorso25 il suo Living Planet Report 2008, in cui sostiene che, poiché i bisogni dell’uomo quali cibo, acqua, energia e materiali, rappresentano la più grave minaccia per la biodiversità, il consumo umano dovrebbe essere ridotto almeno del 30%, tanto per cominciare26. Secondo questo rapporto, più dei tre quarti della popolazione mondiale vivono nei paesi dove il consumo supera la loro bio-capacità (espressa sotto forma di “Impronta ecologica”). Gli autori chiedono la riduzione della popolazione, del consumo individuale e delle risorse utilizzate o dei rifiuti emessi per produrre beni e servizi”. Per la prima volta, il WWF si occupa anche del consumo di acqua. Questo rapporto, le cui raccomandazioni, se venissero applicate, condurrebbero alla morte di centinaia di migliaia di persone, è stato coredatto dai membri della Società zoologica di Londra.
Al termine delle nostre indagini sul piano dell’ambientalismo internazionale, segnaliamo che uno tra i fondatori di Greenpeace, Patrick Moore, vari anni dopo aver fondato l’associazione decise di abbandonarla, ritenendo che essa abbia seguito delle pericolose tendenze “antiumane” come scritto nel suo libro L’ambientalista ragionevole27. Anche Paul Watson, dapprima cofondatore di Greenpeace, poi fondatore della controversa Sea Sheperd Conservation Society, si è espresso a favore di fermare la crescita della popolazione mondiale in un saggio facente parte della raccolta La vita in gioco. Gli Ambientalisti si confrontano sulla sovrappopolazione (Life on the Brink. The Environmentalists Confront Overpopulation, P. Cafaro ed E. Crist edd., 2013)28. Proprio questo anti-umanesimo è ciò che si riscontra massicciamente e ab origine in molti canali dell’ambientalismo contemporaneo29. Filosoficamente parlando, esso è animato, da un lato, da influenze utilitaristiche e, dall’altro, dal pensiero di Malthus sul sovrappopolamento mondiale30. Facendo ora qualche cenno alla situazione italiana, non possiamo esimerci dal notare che tra i fondatori di “Legambiente”, storica associazione nata nel 1980, figura l’On. Laura Conti, medico militante nel PCI. Coinvolta direttamente quale consultrice nelle indagini sul famoso “caso Seveso” del 1976, fu favorevole al provvedimento straordinario (per l’epoca) che prevedeva la possibilità per le donne di abortire dietro lo spauracchio di gravi malformazioni del feto dovute alla diossina31. La stessa fu, invece, contraria alla legge 194/78, non perché questa ha reso lecito l’aborto in Italia ma, piuttosto, perché vi si legittima l’obiezione di coscienza. Le sue tesi in materia sono esposte nel libro Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne, scritto in occasione del referendum sulla 194/78 del 1981 32. Discorso simile può farsi per la Lega per l’Abolizione della Caccia (LAC), fondata nel novembre 1978. Tra i fondatori vi fu, infatti, l’On. Gloria Grosso, socialista, nettamente favorevole alla 194/78 e preconizzatrice delle “unioni di fatto”33. A lungo presidente (oltre che fondatore nel 1978) della LAC è stato, invece, il Prof. Carlo Consiglio che, oltre ad aver scritto nel 2006 un libro intitolato L’amore con più partner, dove si contesta la tradizione occidentale del matrimonio monogamico, nel 2013 pubblicò un documento con l’obiettivo di fermare la crescita demografica. Nel testo, attualmente disponibile sul suo sito http://www.carloconsiglio.it, dopo una rapida “storia della crescita demografica” vengono riportate diverse “ragioni” sul perché ridurre la popolazione mondiale e, addirittura, sui metodi da utilizzare:
Perché ridurre la popolazione mondiale? Nessun processo può durare in infinito; prima o poi esso troverà qualche limite e dovrà raggiungere una situazione di equilibrio. La sussistenza richiede una produzione di beni (soprattutto alimenti) ma per questa occorre, oltre al lavoro, anche capitale. Se la popolazione aumenta, bisogna usare una parte delle risorse per creare nuovi posti di lavoro. Se invece la popolazione fosse stabile, le stesse risorse potrebbero essere usate per fornire ad ogni lavoratore una più alta dotazione di capitale. Molte risorse minerali sono prossime all’esaurimento. Se la popolazione mondiale fosse minore, l’esaurimento di tali risorse verrebbe rallentato. Inoltre, la competizione per risorse limitate porta spesso alle guerre. Se la popolazione mondiale fosse minore, vi sarebbero meno contrasti, e quindi meno guerre. Le attività umane producono inquinamento, con conseguenze gravissime per la salute umana, specialmente per quanto riguarda l’inquinamento marino ed atmosferico. Se la popolazione mondiale fosse minore, anche l’emissione nell’ambiente di sostanze inquinanti sarebbe minore. Le attività umane richiedono un alto consumo di energia, che attualmente viene ricavata soprattutto dai combustibili fossili, con gravi problemi di inquinamento e di esaurimento delle risorse. Se la popolazione mondiale fosse minore, anche il consumo di energia sarebbe minore. L’alimentazione dell’attuale enorme popolazione umana richiede la coltivazione di una crescente quantità di terreno, così che si riducono sempre più le foreste, essenziali per la produzione dell’ossigeno. Se la popolazione mondiale fosse minore, si potrebbe ridurre la quantità di terreno coltivato ed aumentare la superficie delle foreste. Inoltre, lo stesso risultato si otterrebbe sostituendo l’alimentazione umana a base di carne, che è un modo poco efficiente di trasformare le calorie vegetali, con un’alimentazione vegetariana. L’acqua è un bene che scarseggia sempre di più in vaste aree del Terzo Mondo. Se la popolazione mondiale fosse minore, vi sarebbe più acqua per tutti. La conservazione della natura è un’esigenza sempre più sentita da parte di una notevole parte dell’opinione pubblica, che vuole ostacolare l’estinzione di specie animali e vegetali e la perdita di habitat. A tale scopo quasi tutti i Paesi creano parchi nazionali e regionali e riserve naturali. Da ciò sorgono conflitti perché queste stesse aree sono reclamate per attività umane industriali o agricole. Se la popolazione mondiale fosse minore, vi sarebbero meno conflitti tra conservazione della natura ed attività economiche. Come ridurre la natalità Nei paesi del Terzo Mondo è stato riscontrato che elevate opportunità di lavoro per le donne al di fuori della famiglia sono associate a minore natalità. Anche un più alto tasso di frequenza scolastica femminile, soprattutto della scuola primaria e della scuola secondaria, è associato a minore natalità. La creazione di nuove opportunità di lavoro causa un aumento del reddito familiare e questo a sua volta è causa di una riduzione della natalità. Programmi di salute pubblica ed un miglior livello nutrizionale della mamma e del bambino possono ridurre la mortalità infantile ed indirettamente rendere meno desiderabile una famiglia numerosa. L’introduzione di forme di previdenza per gli anziani e sicurezza sociale può rendere meno desiderabile una famiglia numerosa come assicurazione per la vecchiaia. Fare campagne anti-demografiche attraverso i media e la scuola. Istituire servizi sanitari e consultori e distribuire contraccettivi. Introdurre disincentivi economici alla procreazione. Migliorare lo status sociale ed economico delle donne e creare incentivi per ritardare il matrimonio. Introdurre incentivi alla sterilizzazione maschile e femminile. Limitare per legge il numero di figli. Su quest’ultimo punto alcuni sostengono che il fare figli sarebbe un diritto naturale della coppia, o della donna, su cui lo Stato non potrebbe intervenire. Ma già Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma34, osservava che, quando nasce un bambino, allo Stato sono addossati vari oneri, come provvedere alla scuola, all’assistenza sanitaria, alla previdenza sociale, e che pertanto lo Stato ha diritto di intervenire, eventualmente limitando questo asserito diritto alla procreazione35.
Come Singer, anch’egli ha messo insieme elementi di per sé positivi con altri inaccettabili. Il fine, ossia la riduzione programmata della popolazione mondiale, è, però, totalmente negativo e da rigettare. Inoltre, sempre Consiglio invitava alla lettura del romanzo Accabadora36 (Einaudi, Torino 2009) di Michela Murgia, decisamente favorevole all’eutanasia37. La sovrappopolazione e, quindi, la riduzione delle nascite, sono una vera ossessione per i pensatori ambientalisti contemporanei. Tuttavia, come ha recentemente sottolineato Steven Mosher (Presidente del Population Research Institute), da un punto di vista economico/demografico questo non è altro che un falso problema. Infatti, considerato che «the world is not running out of living room or resources»38 il vero problema resta la loro distribuzione, spesso compromessa da governi corrotti, guerre civili etc. D’altra parte, continuava Mosher, la Terra is not in danger from overpopulation, it’s in danger from underpopulation. Around the world, birth rates have fallen, work forces are shrinking, while the numbers of elderly are dramatically increasing. This is a recipe for economic stagnation in countries like Japan, which is in the grip of a long-running demographic recession. The answer to the world’s population problems is not aborting babies, it’s having babies!39. Riguardo alla Lega Anti Vivisezione (LAV), fondata nel 1977, basterà invece sottolineare che nello statuto costitutivo (art. 1) l’associazione è descritta come “animalista e antispecista” ed ha come scopi (art. 2), accanto ad istanze a volte condivisibili, la “Liberazione animale” e, come detto, la lotta allo specismo: si tratta, in entrambi i casi, di un chiaro rimando al pensiero di Singer40. Situazione ben differente da tutte le precedenti è quella del Prof. Giorgio Punzo, fondatore della Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli (LIPU) e insigne studioso delle lettere classiche. Talmente differente che, se non fosse per una necessaria completezza testuale, non ci sarebbe nemmeno bisogno di menzionarla in questa sede. L’aspetto principale che, a ben vedere, si potrebbe eccepire del pensiero di Punzo è, infatti, la sua teorizzazione dell’“olarrenismo”, espressa soprattutto nei Prolegomeni erotologici (1961) e nei Dialoghi dell’amore olarrenico (1962). Essa ci sembra meritevole di citazione perché, avulsa dal contesto di pura teoria in cui è nata (ed in seno al quale ricevette all’epoca ampi consensi), e magari “data in pasto” a persone inadeguate delle quali, purtroppo, il mondo è pieno, potrebbe prestarsi per un’opposizione, ancorché coltissima, al matrimonio ed alla procreazione naturale, oltre che alla giustificazione di comportamenti moralmente inaccettabili come la pedofilia. Chi scrive approfitta, quindi, dell’occasione non per condannare colui che fu forse il più grande ambientalista dell’Italia contemporanea, ma, anzi, per ricordarlo con stima, nonostante le diverse vedute su questo e altri temi specifici, in virtù della sua attività come classicista, che ancora oggi porta copiosamente frutti. «Bona arbor, enim, a fructu agnoscitur»41. Riassumendo diremo che la grande maggioranza delle summenzionate teorie si fonda su una visione antropologica distorta, che, assente o comunque nettamente minoritaria nel mondo antico, in età moderna, dopo aver ridotto l’essere umano al livello degli altri esseri viventi, finisce per considerarlo come un pericoloso cancro da estirpare per salvare il pianeta. Si innesta così nella mente dell’uomo comune un nuovo “millenarismo” che, lungi dall’unire i popoli per garantire a ciascuno una vita migliore, come pure si proclama a gran voce, contrappone l’uomo all’uomo, oggi in nome della “sacra religione laica dei cambiamenti climatici” (causati, beninteso, sempre dall’umanità…)42. Essa, non del tutto estranea ai potentati economico-politici mondiali, ha i propri profeti, i propri libri sacri, i propri tribunali inquisitori e, giustamente, combatte la propria crociata contro l’inquinamento, in particolare quello dovuto alla plastica, estremizzando, però, questo annoso problema senza riuscire a proporre soluzioni alternative efficaci43. Le quali, a ben vedere, null’altro sarebbero se non una corretta e capillare educazione civica, un maggiore (ma non scriteriato) investimento sulle cosiddette energie rinnovabili nonché sulle nuove tecnologie, ed un più stretto controllo su tutte le grandi industrie, civili e militari, che veramente rovinano l’ambiente con i loro scarti tossici.

Florio Scifo

(Tratto da C. Chiessi-F. Fuiano- F. Scifo, “Una difesa della vita senza compromessi. Per minare l’ideologia pro morte dalle fondamenta”, pp. 291-311, Aracne Editrice, Roma 2020)

Note

  1. Cfr. Lettera a una giovane aspirante prolife di G. MARCOTULLIO (pubblicata il 17 maggio 2019 sul quotidiano online “Aleteia”) che, riferendosi in particolare a noi Universitari per la Vita, auspicava la nascita in Italia di un movimento pro-vita che raccolga anche le istanze della cosiddetta “ecologia integrale”.
  2. P. LI CAUSI, Gli animali nel mondo antico, p. 72, Il Mulino, Bologna 2018.
  3. Autore delle Vite dei Filosofi.
  4. P. LI CAUSI, op. cit., p. 72.
  5. Vi furono, certo, delle eccezioni, come la soppressione di bambini malformati praticata a Sparta o quella prevista nel diritto romano arcaico, ma si trattò di fenomeni tutto sommato limitati nel tempo e nello spazio.
  6. P. LI CAUSI, op. cit., p. 81.
  7. 1Tm 4, 3-5 in http://www.gliscritti.it.
  8. Cfr. S. MAGNI, Rivolta vegana in Australia, il terrorismo prossimo venturo in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 9 aprile 2019.
  9. P. LI CAUSI, Gli animali nel mondo antico, p. 107, Il Mulino, Bologna 2018.
  10. Ger 1, 5 in http://www.lachiesa.it.
  11. Lo specismo, secondo Singer, è un pregiudizio a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli degli appartenenti ad altre specie.
  12. Peter Singer a cura di E. TULLIO in http://www.filosofico.net.
  13. Ibidem.
  14. Promemoria per Michela Vittoria Brambilla: l’animalismo in Adolf Hitler in http://www.libertaepersona.it, 16 settembre 2017.
  15. Parla Peter Singer, guru dell’aborto eugenetico e dell’infanticidio, intervista a cura di G. MENOTTI apparsa su “Il Foglio” dell’11 marzo 2008.
  16. Cfr. L’uomo meraviglia e paradosso a cura di S. Palumbieri, C. Freni, op. cit, p. 341.
  17. Per una storia del concetto filosofico-giuridico di “persona” cfr. G. MURA, Phronesis. Ermeneutica e filosofia pratica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2017. In particolare, si veda l’Introduzione a cura di C. FRENI (pp. 7-36) e la parte quarta (Torni la persona. L’uomo come valore e dignità, p. 399 e ss.).
  18. Notava lucidamente il Prof. Sabino Palumbieri che anche le persone gravemente disabili «sono radicalmente capaci in quanto hanno l’attitudine, inerente nella loro natura, per gli atti umani» (Cfr. S. PALUMBIERI- C. FRENI, L’uomo meraviglia e paradosso, p. 80, Urbaniana University Press, Roma 2006). Pertanto, le discriminazioni operate da Singer e altri nei loro confronti sono inaccettabili.
  19. «Con piacere ho saputo da coloro che vengono da te che tu vivi familiarmente con i tuoi schiavi: questo si addice alla tua saggezza e alla tua educazione. “Sono servi!” No, sono uomini. “Sono servi!” No, sono compagni di vita. “Sono servi!” No, sono umili amici. “Sono servi!” No, sono compagni di schiavitù, se consideri che alla sorte è lecito agire allo stesso modo nei confronti di entrambi». Lucio Anneo Seneca, Epistola XLVII a Lucilio in http://www.poesialatina.it.
  20. Nessuno di noi, infatti, può sapere con certezza quanto tempo avrà ancora da vivere.
  21. Ai quali si attribuisce, a seconda delle fonti, la celebre frase, poi divenuta proverbiale, «se non puoi sconfiggere un nemico, alleati con lui».
  22. Contro queste teorie si era già scagliato aspramente, all’epoca, il notissimo giornalista e scrittore britannico G. K. Chesterton (1874-1936). Cfr., tra l’altro, G. K. CHESTERTON, Il pozzo e le pozzanghere, Lindau, Torino 2012.
  23. Oggi nota come Population Matters.
  24. F. MARGINEAN, L’eugenetica e l’agenda mondiale per il depopolamento in http://www.comedonchisciotte.org, 30 agosto 2009.
  25. Correva, come detto, l’anno 2009.
  26. Uno dei mantra su cui diverse associazioni ambientaliste fanno ancora oggi perno è relativo proprio al consumo di acqua, specialmente negli allevamenti. «Ormai si è affermato nella coscienza collettiva il dato secondo cui per produrre un kg di carne siano necessari 15.000 litri d’acqua. Il calcolo è stato eseguito in modo manipolatorio, calcolando addirittura quella che evapora dai campi di foraggi e quella usata per lavare gli impianti di produzione. Di questa, circa l’80-90% torna nel ciclo naturale e viene restituita all’ambiente come acqua piovana. “Se nel calcolo del quantitativo d’acqua usato per produrre una bistecca di manzo – spiega Bertaglio – inserisco anche quella che è servita per fabbricare l’aratro con cui si è lavorato il campo che ha fornito il foraggio con cui si è nutrito l’animale, pare ovvio che la quantità finale sarà elevatissima”. In realtà il consumo effettivo d’acqua per 1 kg di carne è di circa 300 litri. Gli allevamenti intensivi poi, nascono dove vi è già abbondanza d’acqua tanto che nessun territorio ha mai lamentato carenze idriche dovute alla zootecnia» (Cfr. A. CIONCI, Se a difendere la bistecca è un ecologista in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 4 dicembre 2018).
  27. P. MOORE, L’ambientalista ragionevole. Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace, Dalai editore, Milano 2011.
  28. Cfr. Paul Watson: Fermare subito la crescita umana nel blog “unpianetanonbasta”, 13 gennaio 2014.
  29. A tal proposito si segnala che l’anti-umanesimo di stampo animalista/ambientalista è arrivato spesso al punto di indurre, nella mentalità comune del cittadino italiano, una vera e propria distorsione della realtà, pur mascherata con una certa dose di buonismo. Ciò è avvenuto, ad esempio, nel caso del celebre proverbio “in bocca al lupo!”, al quale ultimamente ci si sente rispondere “grazie!” oppure “viva il lupo!”, al posto del classico (e storicamente corretto) “crepi!”. Si asserisce, infatti, che l’origine del detto sarebbe da ricondursi al fatto che la lupa sia solita trasportare i suoi cuccioli afferrandoli con i denti (il che zoologicamente è vero, ma non corrisponde alla percezione culturale prevalentemente negativa del lupo in Occidente e, quindi, all’origine del proverbio: il mito della “lupa capitolina” è, infatti, decisamente eccezionale). L’Accademia della Crusca evidenzia che «i dizionari consultati in merito sono concordi nell’attribuire alla locuzione “In bocca al lupo!” una funzione apotropaica, capace di allontanare lo scongiuro per la sua carica di magia. L’origine dell’espressione sembra risalire ad un’antica formula di augurio rivolta per antifrasi ai cacciatori, alla quale si soleva rispondere, sempre con lo stesso valore apotropaico “Crepi!” (sottinteso: il lupo). L’augurio, testimonianza della credenza nel valore magico della parola, si sarebbe esteso dal gergo dei cacciatori all’insieme delle situazioni difficili in cui incorre l’uomo; tale etimologia viene riportata dai dizionari di lingua italiana […] e dai dizionari più specifici dei modi di dire e proverbi […]. L’augurio “In bocca al lupo!” potrebbe essere ricollegato anche ad altre numerose espressioni che hanno per protagonista il lupo, nonché all’immagine stessa di questo animale nella lingua. Il lupo appare nella tradizione antica e medioevale come il pericolo in persona: animale crudele, falso e insaziabile, nella sua voracità egli seminò la morte e il terrore tra abitanti indifesi, pastori e cacciatori, diventando l’eroe di favole (da Esopo e La Fontaine alle numerose versioni del “Cappuccetto Rosso”) nonché di numerose leggende e storie tramandate per generazioni attraverso l’Europa […]. Della visione quasi apocalittica del lupo e delle paure che egli incuteva per secoli agli abitanti dell’Europa, che fossero contadini viventi in mezzo alle foreste o viaggiatori costretti a spostarsi per strade infestate da lupi e banditi, permangono delle tracce in varie lingue europee sotto la forma di modi di dire e proverbi» (cfr. E. JAMROZIK, Sull’origine della formula “in bocca al lupo!” in La Crusca per voi, n. 33, ottobre 2006, p. 18. Disponibile anche su http://www.accademiadellacrusca.it).
  30. Cfr. M.C. PRETE, “Implicazioni bioetiche del Malthusianesimo. Divinizzazione del pianeta e demonizzazione dell’umanità” in C. Chiessi-F. Fuiano-F. Scifo, “Una difesa della vita senza compromessi. Per minare l’ideologia pro morte dalle fondamenta”, pp. 313-324, Aracne editrice, Roma 2020.
  31. Per un’analisi della questione si veda M. PALMARO, Aborto & 194, fenomenologia di una legge ingiusta, p. 36 e ss., Sugarco edizioni, Milano 2008.
  32. Cfr. C. PANELLA, Laura Conti e la guerra alla fotosintesi in «La camera blu» n. 19/2018. Cfr. anche la recensione al libro dell’On. Conti in http://www.danieladanna.it.
  33. Cfr. L’intervento dell’On. Grosso in data 9 giugno 1988 su la difesa della vita (aborto) in http://www.radioradicale.it.
  34. Organizzazione internazionale che si occupa di sviluppo sostenibile e che nel 1972 commissionò uno studio intitolato I limiti dello sviluppo (Limits to growth), nel quale si parla esplicitamente della necessità di ridurre le nascite per salvare la Terra. Si legga, a questo proposito R. D. PECCEI, Aurelio Peccei e i limiti dello sviluppo in www. treccani.it (2013) e Aurelio Peccei e il Club di Roma: il lungo inganno dell’ambientalismo in http://www.ilnodogordiano.it, 16 luglio 2013.
  35. C. CONSIGLIO, Fermare la crescita demografica in http://www.carloconsiglio.it (aggiornato al 23 giugno 2013).
  36. Lett. “Colei che fa finire (la vita)”.
  37. Ibidem, Letture Eutanasia (aggiornato al 4 agosto 2010).
  38. «Il mondo non sta andando incontro ad una crisi di risorse per la sopravvivenza». Tratto da una video-intervista pubblicata il 18 giugno 2019 sulla pagina Facebook dell’associazione americana Live Action.
  39. «[la Terra] non è in pericolo per la sovrappopolazione, è in pericolo per la sottopopolazione. In tutto il mondo, i tassi di natalità sono diminuiti, la forza-lavoro si sta riducendo, mentre il numero di anziani aumenta drammaticamente. Questa è una ricetta per la stagnazione economica in paesi come il Giappone, che è in preda a una lunga recessione demografica. La risposta ai problemi della popolazione mondiale non è abortire i bambini, è generare i bambini!» Cfr. anche il White Paper sullo sviluppo sostenibile (Sustainable Development) pubblicato nel 2012 dalla World Youth Alliance e disponibile su http://www.wya.org.
  40. Lo statuto può reperirsi sul sito dell’associazione stessa, http://www.lav.it.
  41. L’albero buono, infatti, si riconosce dal frutto.
  42. A tal proposito faccio presente, a metà tra il serio ed il faceto, che nessuno di coloro che mi proponevano queste tesi apocalittiche sia mai stato in grado di spiegarmi che influenza negativa potessero mai avere avuto gli uomini quando, ai tempi di Erik il Rosso (sec. X ex.-XI in.), scopritore medioevale della Groenlandia, questa fu trovata talmente priva di ghiaccio da venir battezzata appunto “Groenlandia”, ossia “terra verde”. Essa fu ben presto colonizzata dai Vichinghi al suo seguito, che poterono praticarvi agricoltura e allevamento di bestiame, come dimostrano i resti archeologici. Sappiamo anche che già nel 1112 il processo di colonizzazione fosse così avanzato che Papa Pasquale II lo istituzionalizzò, nominando Erik Gnuppsson primo Vescovo di Groenlandia e Vinland (attuale penisola di Terranova, in Canada). Si noti, infine, che il 17 giugno 2019 molti scienziati ed accademici italiani hanno inviato una dettagliata petizione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Senato, al Presidente della Camera dei deputati ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, contro la tesi del “riscaldamento globale antropico”. Cfr. Gli scienziati si ribellano al catastrofismo climatico in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 25 giugno 2019.
  43. In merito alla “lotta contro la plastica”, particolarmente aspra ai nostri giorni, si palesano alcuni dati di fatto da tenere presenti: anzitutto, finora non sembra si sia riusciti a trovare un materiale altrettanto duttile, dato che gli stessi materiali di riciclo si presentano molto meno efficaci e resistenti. Pertanto, rebus sic stantibus, una repentina riduzione della plastica porterebbe con sé un regresso tecnologico contrario allo stesso concetto di “sviluppo sostenibile”. Inoltre, è noto come l’utilizzo della plastica, derivata dal petrolio, sia legato allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi che, secondo le previsioni, si esauriranno entro i prossimi 50 anni. Posto che l’estrazione ed il commercio del petrolio apportano attualmente notevolissimi guadagni a diverse società internazionali e fanno girare l’economia di vari Stati, è evidente come gli stessi “potentati economici”, lungi dal preoccuparsi per l’ambiente che sfruttano, abbiano tutto l’interesse a procrastinare quanto più possibile la fine della risorsa da cui traggono i propri guadagni. Il che, in termini pratici, significa costringere le persone comuni (non certo coloro che governano il processo!) ad utilizzare il meno possibile la macchina, a dotarsi di buste spesso ben poco resistenti, e a compiere tante altre scelte che potrebbero sicuramente essere utili, a patto di essere anche libere.

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