Il Satyagraha

Qualsiasi lavoro su Gandhi non può prescindere dallo spiegare il concetto di non violenza.

“ Fu evidente che gli indiani dovevano trovare una nuova parola per definire la loro battaglia. Io proprio non riuscivo a trovarla, per cui tramite Indian Opinion offersi un premio al lettore che avesse dato il miglior suggerimento. Maganlal Gandhi coniò la parola Sadagraha Sat=verità agraha=fermezza e vinse il premio. Perché fosse più comprensibile io poi cambiai la parola in Satyagraha che da allora in poi è diventata la parola in lingua Gujarati per definire la nostra lotta”.

Ahimsa è la parola che indica questo concetto, dove l’alfa privativa indica l’assenza di violenza, in quanto la parola è A=senza Himsa=violenza; tale termine, nel sistema Gandiano, deve essere correlato con quello di Amore che è il contrario della violenza: non violenza significa perciò Amore. Dalla valenza puramente negativa che il concetto in questione aveva in origine nel Jiainismo, l’Ahimsa diventa non solo il divieto di nuocere, ma la gioia di amare. Buddha affermava “vincerai il male col bene” non dunque solo un concetto passivo ma un comportamento attivo che sfocia nell’azione di non cooperare con lo Stato che viola le regole dell’Ahimsa. Nel Mahabharata l’Ahimsa diventa la virtù suprema, ma Gandhi trae il suo concetto dalla lettura combinata della Bhagavadgita, della quale poi scriverà lui stesso un commento, con il vangelo del Discorso della Montagna di Gesù.

L’uomo che scopre dentro se stesso questo valore virtuoso deve, secondo Gandhi, agire attivamente per fare vincere il bene sul male e non rimanere semplicemente inattivo e subire il male. L’azione attiva è la non cooperazione con le regole del male, con le regole della modernità occidentale che, invece, pongono l’uomo in perpetua competizione con i suoi simili, per la supremazia di una realtà materiale caduca e sempre mutevole, su una verità spirituale perenne.

Satyagraha è il percorso costante e tenace che l’uomo virtuoso deve compiere alla ricerca e attuazione di questa Verità. Si tratta di un viaggio dentro se stesso che l’uomo deve fare, con il ricorso costante alla preghiera, per comprendere che la chiave del successo è nel sacrificio costante dell’individualità che può arrivare fino alla morte: il Satyagrahi è il guerriero più forte perché non teme la sofferenza e la morte; egli ha la fede che il suo sacrificio sia parte decisiva nel piano di realizzazione del bene universale che Dio ha stabilito. In questo concetto del significato del sacrificio, come strumento e fine dell’esistenza individuale per il trionfo del bene, troviamo il tratto fondamentale che accomuna Gandhi a Mazzini e la ragione della simpatia costante che Gandhi manifesta apertamente per Mazzini in Hind Swaray e nella stessa denominazione che attribuisce al suo giornale Young India, Giovane India. L’azione del bene deve realizzarsi attraverso l’associazionismo dei giovani il cui entusiasmo unisce e supera le individualità e, questo aspetto, è l’altro punto in comune tra i due personaggi.

Per questo Gandhi, che nella sua azione unisce la borghesia indiana nascente alle grandi masse di diseredati in questa fede nel sacrificio individuale, come passaggio necessario per la realizzazione del bene, è diverso dagli asceti indiani tradizionali, puramente rivolti verso la ricerca di una passiva autocoscienza. La concezione della vita come una ricerca dinamica di attuazione del principio etico dell’amore, attraverso la promozione della collaborazione tra gli uomini, si contrappone così a quella statica delle culture indiane tradizionali che si limitano a insegnare all’individuo un percorso interiore verso l’ascesi. Il percorso interiore è invece secondo Gandhi un passaggio individuale che deve essere poi tradotto in una cosciente unione collettiva per arrivare ad un fine di bene generale. Il singolo non prende atto della realtà ma agisce per realizzare il disegno di Dio, laddove la divinità è l’Essere, l’Essenza fondante del tutto.

L’indipendenza stessa dell’India, o meglio l’autogoverno, non è così il fine di Gandhi, ma è anche esso un mezzo, uno strumento attraverso cui egli ritiene possibile fare partire dall’India, ed in particolare dal suo sacrificio, la redenzione generale del mondo, attraverso la confutazione del materialismo occidentale di cui l’impero Britannico era il primo rappresentante. La forza persuasiva del continente indiano unito sarà proprio nella sua disposizione a perdere tutto e, la sua imbattibilità, nella fede nel sacrificio fondante del bene universale.

Uno degli strumenti principali dell’azione di Gandhi è l’Hartal. Si tratta di una giornata di preghiera collettiva o di una serie di giorni, indette per permettere al popolo di raggiungere la consapevolezza della propria missione. Impropriamente alcuni studiosi hanno tradotto il termine con sciopero, ma in realtà l’astensione dal lavoro è una conseguenza dell’Hartal, non l’essenza. Per effetto della necessità di riunirsi in preghiera le persone si astengono anche dal lavoro, ma si tratta di un effetto, di un comportamento volto a raggiungere l’autocoscienza collettiva di quella che è la giusta strada da percorrere per la comunità e per ciascun individuo. In questo contesto, la preghiera consente di ragionare sulla legittimità delle norme positive, cioè delle leggi che, di volta in volta, vengono poste in discussione dalla popolazione, perché contrarie ai principi etici universali; quindi, l’Hartal è uno degli strumenti più incisivi per disapplicare collettivamente le leggi, contrarie ai principi etici universali, emanate da uno Stato che, pro tempore, governa un dato luogo o paese. Se lo Stato adotta delle norme attraverso i suoi organi, anche parlamentari, che sono contrarie ai principi universali e naturali di verità e di etica, esse vanno combattute. Secondo Gandhi la religione non deve essere intesa come raggruppamento dogmatico confessionale, come una confessione religiosa o un’istituzione determinata nel tempo, ma come condotta di vita morale. Il comportamento umano deve essere conforme ai principi universali d’amore sanciti dalle grandi religioni che esprimono la verità, ovvero che manifestano nella realtà fisica la volontà del Dio, l’essere supremo creatore di tutto, comunque lo si chiami, eterno nel tempo e nello spazio.

Dovere, moralità, padronanza della mente e dei sensi, sono i binari sui quali deve correre il treno dell’esistenza individuale e collettiva. Solo attraverso il raggiungimento del dominio di sè un popolo può raggiungere la libertà politica. Quando nella sua opera Hind Swaraj, al capitolo 15, Gandhi parla di Mazzini e della libertà dell’Italia, da quest’ultimo indicata come obiettivo del Risorgimento italiano, egli afferma: “Mazzini ha mostrato, nei suoi scritti sui doveri dell’uomo, che ogni uomo deve imparare come governare se stesso”, o meglio, come raggiungere la propria autocoscienza. All’espressione Libertà, il Re Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi, davano un senso diverso da Mazzini: per i primi, era quella della corte e delle sue istituzioni, per il secondo quella dell’intero popolo italiano. Gandhi ribadisce la divaricazione tra paese reale e istituzioni che ancora oggi, storicamente, si manifesta drammaticamente nella Repubblica italiana. Le riforme sociali ed economiche, per realizzare le quali si è combattuto e sofferto contro il dominio austriaco, non sono state mai realizzate, ed il popolo è rimasto infelice nella stessa condizione di prima, sotto il dominio, questa volta, di una oligarchia nazionale invece che straniera.
Gandhi dice chiaramente che l’India deve fare tesoro di questa evidenza storica e non ripetere l’errore dell’Italia: solo attraverso l’educazione del popolo si otterrà la vera libertà. E’ interessante che, come nelle opere epiche tradizionali indiane, come il filosofo greco Socrate, ed in fondo come Cristo, Gandhi fa uso della maieutica, ed imposta la sua opera in forma di dialogo costruttivo tra un Editor ed un Reader, dal quale si estrae, partorisce letteralmente, la verità. L’enfasi sull’educazione del popolo, come passaggio ineludibile e necessario del percorso di miglioramento sociale generale, è il tratto comune a Gandhi e Mazzini che predicano una religione dei comportamenti e non una religione astratta dalla vita reale.

“La civiltà è quella forma di condotta che indica all’uomo il cammino del dovere.
Adempimento del dovere e osservanza della moralità sono termini intercambiabili.
Osservare la moralità significa ottenere il dominio della nostra mente e delle nostre
passioni. Così facendo, conosciamo noi stessi. Nella lingua gujarati la parola
equivalente di civiltà è sudharo: significa un corretto stile di vita”.

In conclusione, l’uomo virtuoso è quello che attraverso il sacrificio di sé ottiene il perfetto autocontrollo ed il popolo virtuoso, analogamente, deve raggiungere lo swaraj attraverso lo sviluppo intellettuale, economico, politico e morale di tutti gli uomini che lo compongono. I precetti morali delle grandi religioni indicano semplicemente la via da seguire, perciò l’ateo può essere pure virtuoso, a prezzo di maggiori fatiche del credente ma, per Gandhi, è come un cieco che non vedendo i principi universali è costretto a ricercarli nuovamente ogni volta e, sempre per conto proprio, facendo la inutile fatica di Sisifo: egli non potrà mai essere autocosciente o un buon satyagrahai, o cercatore della verità assoluta, perchè deve necessariamente perdere il tempo prezioso della sua esistenza a procedere a tentoni, per scoprire alla fine solo ciò che è già scritto e di facile accesso per un credente. La religione è perciò la strada maestra della virtù: la corretta conoscenza dei fondamentali precetti religiosi di tutte le religioni costituisce una filosofia perenne idonea a illuminare il cammino dell’uomo nel difficile percorso della vita. A questo punto, possiamo dire cosa intende Gandhi per disobbedienza civile di massa: significa azione spontanea.

Gandhi propone di fondare una milizia di volontari della virtù, ovvero di persone che il Congresso dovrà mandare in mezzo al popolo per educarlo e frapporsi ad ogni tentativo di violenza, come dei veri peacekeepers, essi dovranno essere fieri anche di morire, se è necessario, per calmare la violenza. Una volta educata una nazione come l’India, il passo successivo sarà che la Nazione indiana diventi operatrice di pace con lo stesso criterio su base internazionale. Gli uomini virtuosi dovranno guidare le masse solo nei primi passi. Poi le masse regoleranno il loro comportamento da sole, proprio sulla base dei principi morali ed etici a cui sono state educate: in questo modo la contagiosità dell’amore e della generosità non potrà essere arrestata.

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