Intervento di Florio Scifo al convegno “Step towards a great paradigm shift”

Pubblichiamo di seguito, in traduzione italiana, il testo dell’intervento tenuto dal Segretario ALU, Florio Scifo, al convegno “Step towards a great paradigm shift”, organizzato dall’associazione ISOFIA, partner di ALU. L’intervento originale in inglese è reperibile sul sito http://www.isofiaensemble.net.

Sono contento di essere qui alla presentazione di questo importante progetto. Colgo l’occasione per portare i saluti ed il sostegno all’iniziativa non solo da parte dell’Associazione Libera-mente Umani ma anche del Coordinamento Nazionale degli Studenti contro il Green Pass, di cui sono membro e che rappresenta attualmente decine di migliaia di studenti sparsi per tutte le Università e Istituzioni accademiche d’Italia. Vorrei allora ricordare che il problema che si pone oggi alle famiglie è la progressiva impossibilità di educare i loro figli, dato il complessivo decadimento delle scuole pubbliche e le infinite costrizioni cui sono sottoposti i minori, anche con il pretesto di ragioni sanitarie non sempre valutate correttamente. Occorre perciò creare un’istituzione educativa alternativa aperta a tutti, senza alcuna discriminazione, al cui centro vi è la formazione e valorizzazione della persona umana, in quanto dotata di dignità inalienabile dal concepimento alla morte naturale. Sviluppando i concetti già noti delle scuole filosofiche antiche classiche, idonee a valorizzare una educazione maieutica, che insegna alle persone a riconoscere da sé i principi e i valori oggettivi che ci consentono di vivere bene, tale istituzione, in modo simile a quanto viene fatto dalle scuole cosiddette “parentali”, potrebbe progressivamente arrivare a comprendere ciascun grado di formazione, dal livello elementare a quello universitario e postuniversitario, e si occuperebbe, da un lato, di tramandare e trasmettere i semi dell’antica Humanitas, con particolare riguardo al concetto di “dignità umana” e al diritto naturale, e, dall’altro, di applicare questi stessi concetti al mondo in cui viviamo, che dell’Humanitas sembra essere privo.

Sarà utile, allora, soffermarsi brevemente su alcuni termini, che ci permettono di comprendere al meglio l’argomento di cui stiamo trattando. “Educare”, infatti, è semanticamente connesso al latino “educere” (tirare fuori) ed indica proprio l’azione di trarre fuori da ciascun individuo la sua parte migliore. Questo, però, non sarebbe possibile se parallelamente non venisse svolta un’attività di “erudizione”, volta cioè ad eliminare dall’animo umano i residui di “legge della giungla” che, purtroppo, nei tempi bui che stiamo vivendo vengono invece accentuati dalla paura, in funzione del “divide et impera”. Come l’artista, nel creare la sua opera, ne ripulisce il materiale privandolo delle impurità, così il buon educatore è chiamato a togliere la “rusticitas”, la rudezza, dall’animo dell’educando. Solo a quel punto egli potrà essere veramente “istruito”, ossia gli si potranno fornire, tramite l’esperienza, gli strumenti per trarre il meglio di sé.

Questi tre processi dell’erudire, dell’educare e dell’istruire si svolgono o dovrebbero svolgersi in un contesto “scolastico”. Lungi dall’indicare semplicemente un edificio, infatti, la parola “scuola”, derivata dal greco “scholé”, si riferiva etimologicamente al tempo libero. Il tempo dedicato all’educazione non deve essere inteso come un obbligo finalizzato all’ottenimento di chissà quale certificato ma, piuttosto, come occasione per esercitare la propria libertà, intesa come capacità di conoscere e lasciarsi attrarre da ciò che è vero, buono e bello. Quella dell’educazione è, infatti, un’arte.

Da questo punto di vista, il grande poeta italiano Giuseppe Ungaretti aveva pienamente colto la questione nella poesia d’esordio della sua raccolta, che è anche un manifesto sul ruolo dell’arte e che, non a caso, si intitola “Eterno”:

“Tra un fiore colto e l’altro donato, l’inesprimibile nulla”

Il fiore di cui parlava Ungaretti non è altro che l’arte, la quale, una volta colta dal poeta, deve necessariamente essere condivisa per continuare a svolgere la sua funzione, in un processo eterno che spinge alla riflessione inquieta.

Dello stesso parere era anche lo scrittore e professore britannico John Ronald Reuel Tolkien che, nei racconti di “Albero e Foglia”, ci lascia l’immagine di due artisti “sui generis”, un pasticcere ed un pittore, che, avendo ricevuto il fiore, anzi la stella dell’arte, riescono a farla splendere pienamente nel dono delle proprie capacità e di sé stessi agli altri.

Come dunque applicare questi concetti all’esistenza pratica? Certamente il passato ci offre un gran numero di esempi di cui far tesoro, primo fra tutti quello già menzionato delle scuole filosofiche che, come nel caso di quella epicurea, potevano aver luogo anche all’interno di un giardino. Con Platone e Aristotele, invece, nacquero rispettivamente l’Accademia ed il Liceo: due istituzioni che, attraverso il Medioevo ed il Rinascimento, arriveranno, almeno nel nome, fino a noi oggi. Dal Medioevo si ricava poi l’esempio delle scuole monastiche, di cui uno dei più celebri modelli si trovava qui vicino, a Chur, e di quelle delle cattedrali. Le scuole monastiche, peraltro, erano tendenzialmente autosufficienti, potendo ricavare quasi tutto ciò di cui avevano bisogno per sopravvivere dai terreni e dalle campagne circostanti il monastero. Parte essenziale di tali edifici, al cui interno vigeva la ben nota regola dell’“ora et labora”, erano poi gli “scriptoria” per la copia e la diffusione dei libri e, ovviamente, le biblioteche.  Quel che comunque mancava poteva essere reperito attraverso una fitta rete di scambi tra istituzioni simili, equiparabili ad una sorta di arcipelago strettamente interconnesso. Inoltre, molti di questi monasteri, godevano di sostanziale indipendenza sia dal potere laico che dal potere ecclesiastico locale. Questa poteva essere richiesta dietro pagamento di un obolo annuale, necessario al mantenimento di una candela permanentemente accesa di fronte alla tomba di S. Pietro a Roma, il cosiddetto “obolo di S. Pietro”, ed era confermata tramite dei documenti che la diplomatica pontificia conosce come “privilegi di protezione” e “privilegi di esenzione”. In casi particolari, anche l’autorità imperiale poteva concedere privilegi ed esenzioni di questo genere che, a partire dal XIII sec., saranno parzialmente applicate anche per le prime Università, in cui era perfino prevista una gendarmeria propria, sottoposta al Rettore e non alle autorità cittadine locali. Per l’uso del denaro, che nel Medioevo era noto come lo “sterco del diavolo”, vigeva e vige tuttora, nei monasteri ma anche ad esempio in istituzioni accademiche laiche come l’Accademia Vivarium Novum, dove io stesso ho vissuto e studiato, l’utilizzo di una cassa comune tra i “sodales”, i membri dell’istituzione. Si tratta di soluzioni che senza dubbio richiedono una certa capacità di ridiscutersi ma che storicamente hanno dimostrato di essere efficaci in epoche come quella che stiamo vivendo, in cui il ruolo dell’autorità statale sembra vacillare, e che, pertanto, possono certamente essere recuperate e riadattate al nostro contesto.

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