LA STRUTTURA FUNZIONALE DELLA SOCIETA’ UMANA

a cura di NOUR

Brevi considerazioni sulla fisiologia sociale

Nella seconda metà del X secolo Adalberone di Laon[1] formulò la “teoria dei tre ordini”.

In realtà, la struttura tripartita della società umana è addirittura preesistente e risale ad un passato che si perde nella notte dei tempi.

Georges Dumezìl[2] ne ha rintracciato le origini nell’antropologia delle società indoeuropee.

Il sistema distingue l’esistenza, ed al tempo stesso la funzione, di tre categorie di persone: quelli che lavorano per produrre di che vivere (laboratores), quelli che si battono (bellatores) per garantire la sicurezza; quelli infine che pregano (oratores) per ricongiungere gli uomini al loro Dio e aiutarli a guadagnarsi la vita eterna[3].

Lo stesso Hobbes faceva riferimento a questa organizzazione connaturata geneticamente all’uomo e che ha a che fare anche col famoso concetto homo homini lupus.

Cioè l’uomo deve essere diretto da una elite perché, altrimenti, la struttura sociale si autodistrugge.

Quindi, il fatto di dover gestire gli uomini è, in realtà, una endemica e fisiologica esigenza delle società umane.

Gli uomini, perciò, non nascono liberi ma inscatolati in strutture preconfezionate ed, in questo caso, l’esempio tripartito medievale rispecchia di fatto anche la società contemporanea in cui, tutt’ora, si vogliono tenere le persone nella partizione di appartenenza da cui partono: non esiste interscambio.

Di fatto, nelle società moderne tutto ciò si è realizzato creando delle finte progressioni sociali, funzionalmente collegate a fare percepire socialmente che si può usare l’ascensore sociale ma senza che questo realmente possa avvenire: si crea così il mito dell’istruzione.

Ad esempio, la creazione di una società specializzata dove l’esperto di un solo ramo nulla conosce degli altri rami dello scibile ed è privo di una cultura generale, diciamo olistica, è funzionale a questo progetto tradizionale.

SI creano delle finte culture specialistiche che hanno in linea teorica la funzionalità di determinare una sorta di ascensore sociale ma che, in realtà, servono a fare credere alle persone di avere salito la scala sociale mentre sono rimasti sempre nel loro ambito ristretto: solo che la loro scarsa scolarizzazione reale, priva di riferimenti generali, non glielo fa percepire coscientemente.

Dietro la parvenza di una società efficiente sulla scia di una modalità anglosassone/americana si crea così una struttura sociale specializzata su un tema ma poco olistica; mentre invece è naturale che una conoscenza generalizzata porti ad una vita più completa: come del resto, storicamente è evidente in qualsiasi pensiero filosofico approfondito sulla realtà.

Quindi questa specializzazione, estremizzata fino al parossismo, crea ed è funzionale a creare degli schiavi culturali e, quindi, questo asservimento culturale garantisce la conservazione della struttura tripartita tradizionale.

In questo contesto si situa la distruzione sistematica dell’istruzione che deve creare sì dei laureati ma ignoranti , persone che sono comunque laureate ma prive di cultura generale, in modo che non possano cogliere le connessioni tra i fatti e le cose: la cultura illuministica, a cui appartiene la maggior parte delle persone non permette loro di capire i nessi fondanti della realtà, trasformando l’essere umano in una specie di robot. Un soggetto monofunzionale che, quindi, va sempre avanti, capacissimo di fare qualcosa ma che non capisce nulla delle dinamiche del  mondo in cui vive ed in cui è immerso: egli, dalla nascita alla morte, prosegue inconsapevole nel suo inquadramento.

I vari territori, i principati e la stessa nascita degli Stati nazionali europei, comunque si siano formati, con dei confini che sono stati sanciti da guerre e annessioni varie ed accordi di varia natura, si ricollegano al concetto di Stato nazionale che è una idea moderna.

Ci sono delle culture ma dobbiamo considerare sempre che non si possono tagliare con l’accetta, ad esempio, con un confine, peraltro, possono essere invece definibili sicuramente da un’unità linguistica.

Pertanto, certe volte diamo per scontate delle cose che non lo sono.

In Italia tante problematiche nascono da una certa incongruenza ed incapacità d’intendere che, se ieri avevamo regni e principati diversi sulla stessa penisola e isole comprese, è perché vi sono effettivamente delle diversità culturali oggettive, tra le varie parti dello Stato: il Regno delle due Sicilie non era lo stesso dello Stato pontificio o del Regno di Sardegna o del principato di Modena. Diciamo che questa inconsistenza di un’unità culturale la subiamo ancora e, quindi, ciò di cui spesso ci lamentiamo, quando ad esempio,  affermiamo “italiani senza orgoglio Nazionale” , forse sono intolleranze che nascono proprio, anzi sicuramente, da questo substrato storico territoriale e da queste tematiche trascurate.

Ad esempio, nella numerologia ci si occupa anche di genealogia da un punto di vista Alchemico: così in piccolo così in grande. Quindi, così come l’individuo singolo ha delle caratteristiche strutturali e caratteriali determinate dal proprio substrato genetico, caratteristiche non solo somatiche ma anche comportamentali ed emozionali soggettive, così anche gli Stati.

Fatti che sono determinati da ereditarietà nel proprio hardware genealogico ma pure dal territorio locale in cui vive, è nato o si è sviluppato ogni Stato o realtà territoriale che ha le sue caratteristiche specifiche.  Perché se noi siamo microcosmi, così, in grande, ogni Stato è un macrocosmo che nasce in un contesto proprio di ogni popolazione. Perciò, in un contesto sociale di un certo tipo, in ogni paese ogni micro realtà è inserita in una più grande realtà: ed è questa macrorealtà che determina le micro realtà che la influenzano naturalmente. Una sorta di sistema di scatole cinesi se vogliamo usare un eufemismo.

Si può dire che quello che noi siamo oggi è determinato dalla nostra genealogia storica e da tutto quello che c’è stato attorno.

Storicamente quando si pensa al fatto che noi italiani magari abbiamo un gusto particolare nel vestire, nel percepire l’eleganza e poi senti i tedeschi o gli inglesi che non hanno queste qualità innate e si vede che tendono a sminuirne l’importanza perché sono invidiosi: infatti, attribuiscono erroneamente tali qualità indiscusse ad una presunta superficialità, laddove, dicono, bisogna essere pragmatici, l’uomo Ariano non se ne cura. In realtà, il gusto la passione per l’arte sono innati per gli italiani ed esistono, salvo eccezioni, senza dover essere imparati.  Infatti, la suddetta denigrazione è incoerente laddove l’arte ed il Rinascimento sono cose italiane e da loro Ariani invece tutto è tabula rasa. Diciamo che non c’è una mazza fionda di arte in quei paesi perché culturalmente sono molto pragmatici, mentre noi abbiamo creato arte, siamo un paese pieno d’arte quindi di opere artistiche che fanno parte del nostro imprinting culturale.

E’ un dato di fatto che le nostre cellule mantengano la memoria genealogica e che gli italiani mantengono quel tipo di memoria, quindi, quella memoria, quel senso dell’arte, quel senso del bello, loro lo mantengono più magari di altre popolazioni che invece adottano un pragmatismo come indole.

Esiste perciò questa ereditarietà a livello cellulare e non soltanto culturale intellettuale ma culturale nel senso più esteso del termine come socialmente inteso: proprio come memoria cellulare perché noi siamo frutto di secoli di una genealogia che ha visto la realtà in un certo modo  e che l’ha sentita in un certo modo particolare.

 E questo sentire ci arriva ancora oggi in quel modo, per quanto ormai siamo globalizzati e mischiati come razza ma lo siamo sempre e solo fino a un certo punto, perchè noi siamo quel qualcosa che ha forgiato la nostra esperienza di secoli qui ed ora.

Noi siamo tante cose ma voglio dire, per esempio, che la via della seta passava per Venezia che aveva contatti con l’oriente e col Medio Oriente quindi c’era la Repubblica di Venezia dove sono passate e sono state create per secoli tutte queste stoffe pregiate e questo senso estetico ed, in generale, è avvenuta la produzione dell’arte in un certo modo ma anche dalla letteratura.

Ovviamente poi ogni paese ha il suo da quel punto di vista ha una propria produzione letteraria ma, per quanto riguarda proprio anche gli aspetti estetici, essi nascono proprio da un imprinting.

Anche risalendo nel tempo alla popolazione dell’impero romano: esso, come struttura, era quasi tedesco, pragmatico.

Quello che noi oggi pensiamo dei romani, pensando a Cicerone o ai filosofi, come Seneca o Marco Aurelio, grandi pensatori, grandi oratori, eccetera, però essi erano stati tutti ellenizzati .

Ma essi sono diventati così solo dopo che hanno conquistato la Grecia ed affidato i figli dei nobili ai precettori Greci a cui, inequivocabilmente, riconoscevano una cultura decisamente superiore.

L a filosofia nasceva in Grecia e, tra l’altro, è stata riportata in Italia non solo dal lavoro dei monaci ma anche attraverso l’Andalusia dagli arabi, cioè la filosofia greca è stata recuperata portata a noi attraverso gli arabi ritornando in Europa nel Medioevo, quando da noi era crollato l’impero dopo il 476 d.C..

Una volta crollato l’impero romano, se noi eravamo stati invasi chiaramente dai barbari, gli arabi invece hanno custodito quelle conoscenze e le hanno diffuse in un momento di apice della loro civiltà, d’Oro.

 Il califfato di Cordova e tutto il resto, cioè l’espansione araba, ha riportato anche i classici greci e li ha fatti passare di nuovo in Europa, cosa che non viene detta in molti testi .

Invece è molto importante anche questo aspetto perché la popolazione Romana, quella che ha conquistato inizialmente il Mediterraneo, dopo il periodo monarchico dei sette re di Roma, dopo il periodo repubblicano, con la successiva espansione verso la Grecia, è stata fortemente ellenizzata.

E’ proprio allora che è nato un individualismo che prima era sconosciuto ai Romani.

Individualismo, frutto di questa ellenizzazione culturale, soprattutto delle Elites che erano state formate da precettori Greci: prima i Romani erano invece una popolazione di tipo tedesco, inquadratissimi e con un senso sociale e di gruppo; una società unita, in termini proprio di bene collettivo rispetto al bene personale che era totalmente differente rispetto a un individualismo successivo.

Il soggettivismo ellenistico è subentrato quindi successivamente ed, infatti, quando i tradizionalisti romani parlavano dei Mores, dei costumi decadenti, parlavano di proprio questa la loro civiltà antica, poi sommersa, suo malgrado, dall’ellenismo.

 Assistiamo storicamente ad un cambiamento dei costumi di una popolazione che non pensava più al bene collettivo ma al bene del singolo.

Tale fatto è devastante per la società romana e, non ultimo, è una della cause della decadenza del sistema romano.

Lo stesso soggettivismo di questa cultura ellenizzante ha aperto delle falle profonde all’interno della società romana che prima era molto più strutturata, in termini, noi oseremo dire appunto tedeschi, cioè erano proprio rigidi e burocratici: anche nell’esercito, nella formazione, nella struttura della società, vi era la massima rigidità. Quindi, i nostri costumi sono nati perdendosi in questi scambi culturali ma non tanto negli scambi amorosi con le popolazioni del Nord, quanto invece con quelle popolazioni molto più evolute filosoficamente ma meno strutturate rigidamente, meno rigorose da un punto di vista appunto dell’inquadramento sociale.

Quando parliamo dei filosofi Greci, stiamo parlando di Atene naturalmente, già una società spartana era differente e lo sappiamo bene, però, in altre città della Grecia fiorisce questa visione soggettiva della vita dell’esistenza umana ed è tutto un domandarsi: Chi siamo, Dove andiamo?

Il popolo romano mai si era posto queste domande, aveva solo un obiettivo di espansione e di conquista, si sta ovviamente estremizzando il discorso, però il romano andava avanti pensando solo ad espandere Roma,  non alle domande della vita.  

E’ perciò molto interessante constatare come noi ci siamo ellenizzati nel corso del tempo e, comunque, come amiamo oggi la vita di un certo benessere, un gusto per il bello che appunto, ad esempio, a Venezia, con i suoi traffici commerciali, ha creato pure trasformando la materia prima, come la seta, in cose belle e lavorate; queste sono cose secolari che noi ci tramandiamo e che abbiamo impresse nella nostra memoria, nel DNA e che poi arrivano fino a noi in un certo qual modo.

Ciò che avviene oggi  è conseguenza di questa natura ed il nuovo tipo di schiavitù, riferendomi invece al discorso medievale tripartito, è un po’ di diversa natura da quella dei comuni contadini, dei lavoratori della terra di allora.

In conclusione, dobbiamo rivedere cosa vuol dire schiavitù oggi, essa è ovviamente la schiavitù lavorativa ma corredata di una ignoranza rivisitata e corretta 2.0, una ignoranza speciale o diremmo specialistica.

E allora concludo dicendo cosa intendo oggi per cultura: la cultura oggi è tornare a quell’aspetto olistico, non solo nel senso curativo ma proprio di olos, termine greco che indica la totalità della conoscenza del tutto e delle connessioni che ci dà un’idea di ogni settore della vita non avulso ma contestualizzato in una conoscenza più ampia, qual è, appunto, quella della nostra esistenza.

Quindi, cultura è non soltanto un qualcosa rinchiuso in un settore in cui noi ci specializziamo perché questo non ci consente di ragionare in connessione con il tutto e ci settorializza.

La settorializzazione dell’individuo è esattamente ciò che vogliono le elites dominanti quella nobiltà, ovvero l’aristocrazia nera che da sempre ci governa.


[1] Adalberone di Laon, conosciuto anche come Ascelino o Assellino (950 circa – Laon27 gennaio 1030 o 1031 circa) è stato un vescovo cattolico e poeta francese, autore di componimenti di natura politica, satirica, teologica in lingua latina. Il suo scritto più importante è il Carmen ad Rodbertum regem (‘carme per il re Roberto’, redatto tra il 1027 e il 1031), un poemetto in latino in forma dialogica, indirizzato al re dei Franchi Roberto II il Pio, all’interno del quale si attacca la secolarizzazione dei costumi cluniacensi e si delinea la tripartizione della società feudale in tre categorie fisse, immutabili: coloro che pregano (oratores), coloro che combattono (bellatores) e coloro che lavorano (laboratores)[senza fonte]. Adalberone ebbe inoltre una notevole influenza nelle lotte riguardanti il passaggio dinastico dalla casata dei Carolingi a quella dei Capetingi. Cfr. WIkipedia.

[2] Georges Dumézil (Parigi4 marzo 1898 – Parigi11 ottobre 1986) è stato uno storico delle religionilinguista e filologo francese. Dumézil è universalmente noto per le sue teorie sulla società, l’ideologia e la religione degli antichi popoli indoeuropei, sviluppate comparando tra loro i miti di quei popoli: egli vi scoprì una struttura narrativa identica che per Dumézil rifletteva essenzialmente un’identica visione della società e del mondo, caratterizzata in particolare da una tripartizione funzionale, ovvero la funzione sacrale e giuridica, la funzione guerriera e la funzione produttiva. Oltre che nei miti, questa struttura si ritrova, secondo Dumézil, anche nell’organizzazione sociale di alcuni popoli indoeuropei, a cominciare dalle caste dell’India.

[3] Ludo Milis, Monaci e popolo nell’Europa medioevale, Einaudi, Torino, 2003.

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