(a cura di Marcello Contu)
Il film “A complete unknown”, biografia degli esordi del cantautore Bob Dylan rappresenta una finestra aperta su un mondo dimenticato, un affresco di un’epoca tumultuosa dominata da forti ideali e passioni incorruttibili. Il film si ripropone di scandagliare la vicenda umana e artistica di un cantastorie, divenuto poi icona di un’intera generazione e poeta lucido e al tempo stesso visionario. Il rischio di tale narrazione è la tentazione di idealizzare un processo di trasformazione tanto radicale di un periodo in grado di scardinare il pensiero dominante ma di non raggiungere, in ultima analisi, una sintesi: quella generazione che non si piegò ai poteri forti e che non perse ma non seppe neppure vincere. Il processo di trasformazione che investì un’intera generazione e si propagò attraverso le parole di Dylan con parole “soffiate nel vento” , ad un certo punto subì la seduzione dell’ideologia, mostrando che il confine tra il veggente e l’eretico è spesso terreno mobile di frontiera. La narrazione dunque appare ammaliata dalla volontà di mostrare un racconto che viene volutamente spogliato dalle contraddizioni di un movimento giovanile, inizialmente pacifista ma poi armato fino ai denti, auto investito dell’autorità di usare la violenza qualora questa stessa potesse unilateralmente essere giustificata dall’ideologia: si pensi agli anni di piombo italiani, ad esempio. Anche il protagonista, geniale poeta e ad un certo punto profeta di un movimento transnazionale, viene mostrato con tutte le volute amputazioni di un artista che invece fu e restò un personaggio controverso e a tratti capriccioso e narcisista: lo stesso poeta che rifiutò di celebrare il momento culmine, la santificazione del movimento del ‘68: il festival di Woodstock dove il cantautore, a sorpresa, decise di non partecipare. Lo stesso Dylan che sempre controcorrente, non ritirò il prestigioso premio Nobel per la letteratura : premio attribuito a personaggi del calibro di Borges, Thomas Mann, Ernest Hemingway, Pablo Neruda. Un altro momento di smarrimento di un artista che di nuovo non lesse i tempi, non ne incarnò tutte le istanze, neppure quelle più cristalline, non sapendo leggere gli intenti di una giuria in grado di scardinare tradizioni inscalfibili e celebrare invece la grandezza di un menestrello, ora affiancato agli immortali della storia della letteratura.
Un problema molto diffuso del XX sec è stato che idee, in origine condivisibili e rivoluzionarie, sono divenute poi catastrofi culturali e sociali. Come non riconoscere i tratti di modernità nelle linee fondamentali del pensiero di Marx? Nessuno si era occupato fino a quel momento dei diritti dei lavoratori, dello sfruttamento degli stessi e di concetti economici rivoluzionari quali il plus valore. La storia poi ci ha evidenziato come l’utilizzo ideologico, la storia che si sostituisce all’uomo attraverso i concetti di necessità filosofica del teleologismo , hanno portato alle peggiori tragedie dell’umanità: i gulag russi e le purghe staliniane rappresentano una delle pagine più oscure della storia dell’umanità: il contraltare del nazismo, ognuno con un segno diverso ma col medesimo fine ultimo.
E se ci pensa bene, le generazioni apolitiche e disimpegnate che son seguite al movimento del ‘68 non sono solo un vezzo generazionale, ma sono il prodotto storico (per usare i concetti di Marx) di una generazione precedente che non ha saputo mantenere le troppe promesse degli esordi: un fenomeno uguale ma contrario ne è l’inevitabile conseguenza: se il pacifismo ha prodotto le brigate rosse, chi è venuto dopo non potrà che avere enormi riserve verso un modello che in tutta evidenza non ha funzionato.
Il film in epigrafe, candidato a 8 premi oscar, è un bell’affresco di tutto questo.




