Libertà di culto e pandemia: una questione ancora attuale

Ho ritenuto opportuno riprendere quanto avevo precedentemente scritto sui problemi della libertà di culto in tempo di “pandemia” per raccontare un’esperienza accadutami personalmente nei giorni scorsi, mentre mi trovavo con alcune amiche tedesche in visita ad una delle più importanti città (e Diocesi) del mondo.

Alcune premesse sono necessarie per inquadrare la questione nel modo migliore. La prima è che la difesa della libertà di culto, come affermato da più parti, è senza dubbio uno degli aspetti centrali su cui è bene impegnarsi per risolvere la crisi che ci affligge. Risulta chiaro, infatti, il tentativo “rivoluzionario” (per dirla con Plinio Correa de Oliveira) di sostituire alla religione tradizionale un nuovo culto “fideisticamente” fondato su mascherine (anche all’aperto in solitudine!), distanziamento sociale, “green pass”, test e farmaci sperimentali, ben esemplificato dalla frase spesso ripetuta “Solo i vaccini ci salveranno” et alia huius generis. Tentativo che, va detto, immancabilmente fallirà ma non prima di aver prodotto innumerevoli danni a tutti i livelli della società, la cui entità è direttamente proporzionale alla capacità delle persone di reagire al clima di terrore e confusione che si è instaurato.     

La seconda premessa è che pochi giorni prima di partire per questa visita ho avuto modo di incontrare ad un evento proprio Theresa von Habsburg[1], di cui ho parlato nel mio precedente articolo su questi temi, complimentandomi con lei per la sua attività di sensibilizzazione in favore della libertà di culto che porta avanti fin dall’inizio della pandemia. Un incontro evidentemente significativo, visto quel che sarebbe poi successo poco tempo dopo.     

Ebbene, raggiunta la destinazione del viaggio, insieme alle mie amiche si è deciso di recarci alla messa in una chiesa del centro cittadino. Nel corso della funzione, con grande disappunto ci siamo resi conto che il Sacramento dell’Eucaristia, “fons et culmen della vita cristiana”, non venisse distribuito ai fedeli. Al termine del rito, dopo una rapida consultazione tra noi, ci siamo così recati dal sagrestano a chiedere spiegazioni. Egli ci ha comunicato con malcelata amarezza che, dal momento che il protocollo governativo in vigore da maggio 2020 vieta la distribuzione del Santissimo Sacramento in bocca e non potendolo distribuire in mano per ragioni soprattutto teologiche legate al rischio di profanazione ed alla possibile dispersione delle particole (cfr. F. Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali, Cantagalli 2018; ricordo che tale pratica è frutto di un indulto eccezionalmente concesso da San Paolo VI nel 1969 e poi assurto rapidamente a consuetudine), si è pensato di evitare direttamente di distribuirlo.

Il giorno successivo, trovandoci a pranzo con il responsabile di un’importante associazione missionaria, amico della mia famiglia e ben noto nella locale Curia diocesana, abbiamo discusso nuovamente della questione tutt’altro che marginale, convenendo ironicamente sul fatto che, stando così le cose, di fronte al “neopaganesimo” imperante sarebbe stato paradossalmente più coerente non celebrare messa (posizione di per sé assurda, eppure mantenuta a livello internazionale per diversi mesi l’anno scorso, contro la quale parecchi credenti e non credenti, oltre alla già citata Theresa, si sono scagliati a più riprese). Per quanto mi riguarda, ho espresso la volontà di discutere di quanto accaduto (chiaramente un abuso liturgico) con il Cardinale Arcivescovo cittadino, sebbene, con l’evolversi della situazione, la questione sia stata posta in secondo piano.

Quella sera, infatti, di ritorno nella stessa chiesa, al termine della celebrazione sono stato avvicinato dal sacrestano che ha chiesto a me ed alle mie amiche di attendere qualche minuto per ricevere la Comunione nelle modalità tradizionali. La questione, dunque, era stata già discussa e, per il momento, risolta, tanto che ho prontamente chiesto per iscritto al mio conoscente di lasciar cadere la comunicazione in Diocesi, se non per segnalare ancora una volta l’assurdità di un protocollo che (specialmente agli occhi di chi, come lo scrivente, diplomatista formato all’Archivio Vaticano, conosce la storia della documentazione pontificia) si presenta gravemente carente sia dal punto di vista formale in vigenza del Concordato Stato-Chiesa, sia da quello sostanziale, in quanto impone per ragioni sanitarie norme liturgiche non sufficientemente fondate dal punto di vista scientifico, giuridico e soprattutto teologico (come la distribuzione esclusiva della Comunione sulla mano, questione su cui del resto si è alimentata la più totale confusione probabilmente in vista della creazione di una nuova prassi consuetudinaria), se non addirittura rasentanti il sacrilegio (come l’obbligo di indossare sempre la mascherina in chiesa per paura del contagio, ben diverso, ad esempio, dal gesto di rispetto del coprirsi il capo con un velo, che ancora oggi compiono spontaneamente alcune pie donne e ragazze; allo stesso modo è quantomeno riprovevole, senza entrare nel merito dell’effettiva utilità, l’aver di fatto sostituito l’acquasantiera con i distributori di gel igienizzante per le mani, laddove il gesto di “igienizzarsi” ossessivamente le mani è divenuto talvolta fortemente simbolico di una nuova tendenza pseudoreligiosa in cui esso precede il segno della Croce all’ingresso delle chiese).   

Durante la messa solenne della domenica, poi, la Comunione è stata distribuita regolarmente nel corso della celebrazione, attraverso però una forma abbastanza singolare che prevede che l’ostia consacrata sia poggiata nelle mani del fedele precedentemente coperte dal ministrante con un fazzoletto bianco benedetto, che lo stesso ministrante ritira subito dopo che il fedele si è comunicato sotto i suoi occhi e senza toccare con le proprie mani l’ostia. Anche questo sistema, che sul momento ci è sembrato soddisfacente, è comunque assai discutibile, in quanto, dopo aver condotto ricerche in merito, non mi risulta alcuna Istruzione o norma liturgica cattolica che preveda l’utilizzo di un fazzoletto benedetto (c.d. “Corporale” o “Purificatoio”) per ricevere la Comunione[2].

In definitiva, le uniche soluzioni cristianamente ammissibili non possono che essere la disapplicazione o, meglio ancora, l’abolizione totale del protocollo sulle celebrazioni liturgiche siglato dal Governo italiano e dalla Conferenza Episcopale Italiana il 7 maggio 2020 e il ritorno alla normalità liturgica. Qualsiasi altra soluzione, esponendo il fedele al dubbio di commettere sacrilegio e il celebrante al rischio di essere “liturgicamente creativo”, ossia eretico, non può che essere considerata una grave violazione della libertà di culto, così come sancita dai trattati internazionali.   

L’ultima “nota dolente” di questi giorni mi è stata fatta notare da una delle mie amiche mentre visitavamo il (celeberrimo) duomo cittadino. Ebbene, al suo interno tutte le sedie disponibili erano state recintate, probabilmente nel tentativo di salvaguardare il numero contingentato di accessi a causa delle restrizioni ma determinando, di fatto, la paradossale conseguenza di non potersi fermare a pregare in un luogo appositamente costruito per la preghiera (sic!).

Così, di paradosso in paradosso, la Rivoluzione procede. Spetta a ciascuno di noi, nei nostri rispettivi ambiti di competenza, agire quotidianamente per farla arretrare.

Florio Scifo


[1] Giovane esponente della più importante casata imperiale cattolica del mondo, la cui caduta al termine della prima guerra mondiale con tutti i disastrosi eventi che ne seguirono, dalla “pace fragile” di Versailles, che scontentò tutti, all’Anschluss nazista del 1938 fino alla seconda guerra mondiale, fu notoriamente in gran parte dovuta all’ostilità verso l’ostentata professione di fede cattolica dell’ultimo imperatore, Karl. Il nome di quest’ultimo sarà ripreso dai genitori di San Giovanni Paolo II nel battezzare il loro figlio Karol che, a sua volta, ha beatificato Karl von Habsburg nel 2004 per i tentativi di far cessare l’“inutile strage”. Ricordo, inoltre, che del tesoro dinastico asburgico fa parte la “Lancia del Destino”, una delle più importanti reliquie della storia della Cristianità, di cui ho avuto modo di parlare altrove. Sembra che proprio l’entrare in possesso di quella reliquia, attualmente conservata presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, sia stata una delle motivazioni che spinsero Hitler ad annettere l’Austria nel 1938, come dimostrato dalla creazione di un’apposita commissione nazista per studiarla.

[2] Le uniche menzioni di tale pratica che ho potuto leggere sono fornite in un articolo di Mons. Athanasius Schneider e in un altro del teologo don Alfredo Morselli. Nessuno dei due, però, cita fonti ufficiali a sostegno di questa tesi che, come mi segnala un’amica, potrebbe semmai essere stata usata in età paleocristiana e poi abbandonata.

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