Intervento di Florio Scifo, Segretario ALU, al convegno “I sardi a Rodi durante il periodo fascista e le interazioni con la comunità greco-ortodossa ed ebraica”

Sono particolarmente contento di essere qui a portare i saluti dell’Associazione Libera-mente Umani, associazione italo-svizzera recentemente fondata allo scopo di difendere i diritti umani ovunque essi vengano minacciati o calpestati, e ringrazio la Prof.ssa Felicina Pontis per avermi dato l’opportunità di rivolgermi brevemente a voi.

Un tema, quello dei diritti umani, che ha origini antiche, che si potrebbero far risalire almeno all’antichità classica ed ebraico-cristiana ma che ha avuto particolare sviluppo nell’età contemporanea, specialmente dopo il cosiddetto Processo di Norimberga, da cui scaturì, tra l’altro, l’ormai celebre Codice di Norimberga contro le sperimentazioni coatte sull’uomo, redatto nel 1947.

In realtà, difendere i diritti umani non è semplice. Non lo è perché il concetto stesso di “diritto”, per non dire addirittura quello di “umano”, se non fondato su basi solide finisce per significare una cosa e anche il suo contrario a seconda delle opinioni di chi dovrebbe applicarlo. E le opposte interpretazioni sono portate a “cozzare” tra loro, proprio come le rupi Simplègadi di cui parlava il poeta Apollonio Rodio nelle Argonautiche, schiacciando il malcapitato chiamato in causa. Si tratta di un rischio, questo dell’aleatorietà, che corrono tutte le varie Dichiarazioni o Convenzioni sui diritti dell’uomo, del quale bisogna essere coscienti per approcciarsi alla tematica con la giusta prospettiva. E le basi solide di cui parlavo, nel nostro caso, non possono che essere rappresentate dal concetto di “dignità” intrinseca e inalienabile di ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale.

Martin Buber, il grande filosofo austriaco di origini ebraiche che fu tra i fondatori del personalismo, scrisse che l’unico modo corretto di approcciarsi agli altri uomini è quello di considerare ciascuno come un “tu”. Diceva anche, con una metafora a mio parere molto evocativa, che il “tu” della relazione “io-tu” non ha confini e riempie la volta del cielo.

Per questo il concetto di “dignità” non dovrebbe essere “definito”, ossia racchiuso tra confini, ma piuttosto potrebbe semmai essere “descritto” attraverso le sue caratteristiche, in quanto la definizione, diversamente dalla descrizione, tende a limitare ciò di cui si parla. E Lévinas, altro filosofo della stessa scuola personalista, aggiungeva che “il volto dell’uomo mi interpella personalmente” e continuava dicendo che proprio nel volto di ogni essere umano si intravede impresso indelebilmente il Comandamento biblico “Tu non ucciderai”, traduzione più corretta rispetto al generico “Non uccidere”.

Ogniqualvolta, invece, si tende a categorizzare le persone, quasi fossero dei documenti d’archivio; a ritenerle più o meno “degne” di vivere o più o meno meritevoli di essere considerate “persone”, i diritti umani sono in pericolo perché il “tu” di Buber rischia di diventare un “esso”, e la relazione “io-esso” è limitata dai confini precisi della pura utilità.

Con queste premesse vi invito anche io ad assistere fino alla fine con attenzione a questo denso ed importante evento, affinché ciò che i nostri antenati hanno vissuto in passato sia per tutti noi “monumentum”, ricordo e ammonizione per il presente e per il futuro.

Grazie

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