Puro arbitrio e libero arbitrio. Alcune riflessioni pratiche

Affrontare, seppur in estrema sintesi, il tema della libertà umana è un’impresa quasi folle, che metterebbe in seria difficoltà chiunque perché si tratta di un argomento vastissimo, sul quale le più eccelse menti dell’umanità si sono interrogate da secoli, se non da millenni. Eppure, facendo parte di un’associazione come ALU, che già dal nome pone l’accento su questo concetto, ritengo sia bene occuparsene.

Consapevole di quanto sopra, ho scelto di limitarmi a fornire alcuni spunti, che mi sembrano utili per incentivare coloro che leggeranno ad una riflessione più approfondita. Per prima cosa, sarà utile “poggiare i piedi per terra”, concentrandosi sul vocabolo in sé: libertà.

Tale parola ha radici nel mondo latino, attraverso il concetto di libertas. Libertas, a sua volta, pur sottintendendo il senso di libet, ossia del fare ciò che si vuole (già proprio del corrispondente greco eleutherìa), implica sempre, in modo apparentemente paradossale, l’esistenza di un certo legame. Non a caso, nell’antica Roma i figli dei cittadini romani, sottomessi in parte al pater familias, erano detti liberi e, similmente, gli schiavi affrancati, ai quali restavano comunque degli obblighi verso il proprio patronus, si chiamavano liberti o libertini.

Ora, questo legame si manifesta sempre in due sfaccettature convergenti: la prima di carattere pratico-giuridico, riguardante l’ambito che abbiamo appena accennato ed, in generale, le cosiddette libertà da (ad esempio la libertà dalla schiavitù) e la seconda di carattere interiore (libertà di o libertà per; cfr. la “libertà per l’eccellenza”, contrapposta alla “libertà dell’indifferenza” secondo S. Pinckaers, che a sua volta metteva in relazione il pensiero di San Tommaso d’Aquino con quello di Guglielmo di Ockham). Le due dimensioni si armonizzano perfettamente nel momento in cui la libertà da, intesa come liberazione da vincoli estrinseci, per quanto è possibile, si rivela funzionale all’esercizio della libertà di cioè, in altri termini, al libero arbitrio. Va da sé che anche il libero arbitrio non possa intendersi come assoluto, altrimenti si avrebbe nient’altro che un puro arbitrio; al contrario, esso è indissolubilmente legato al concetto di bene ed alla sua applicazione pratica nei tradizionali sistemi valoriali[1]. Tali sistemi agiscono, per citare il Prof. Sabino Palumbieri, come delle calamite, tra cui la coscienza umana è chiamata a scegliere quella che la attrarrà, ed a decidere, vale a dire a tagliare via tutte le altre alternative. Presupposti dell’intero processo sono l’autodeterminazione, la volontà e la motivazione ad agire, uniti alla dimensione relazionale e responsabile dell’uomo, per le quali nessuna vita umana trova compimento in sé stessa perché nessuna trae origine da sé stessa. La persona non può mai assimilarsi ad una monade autoreferenziale ma, piuttosto, essendo inserita in un sistema di relazioni, ha delle responsabilità verso sé stessa e verso gli altri che devono essere rispettate.

Queste responsabilità, però, per poter essere invocate, devono fondarsi su un vero bene che, a sua volta, è coordinato ai concetti di verità e bellezza. Non a caso, è noto come l’aggettivo latino bellus/a/um, da cui l’italiano bello, attestato, tra l’altro, in Catullo, sia derivato da un diminutivo di bonus/a/um. Così F. Dostoevskij poteva far dire ad uno dei suoi personaggi che “la bellezza salverà il mondo” e, presso gli antichi Greci, gli eroi erano sempre definiti kalòi kai agathòi, cioè belli e buoni. Ciò che è autenticamente bello (e conseguentemente anche buono e vero), infatti, attrae necessariamente la volontà, senza bisogno di costrizioni o sofismi. Anche la parola “dignità” (dal latino dignitas), uno dei principi inviolabili di cui sopra, che è propria dell’essere umano in quanto essere umano, ha in sé semanticamente l’idea di bellezza.

Di conseguenza, una propaganda mediatica o perfino delle leggi statali che, come sta avvenendo particolarmente in Italia, cerchino di far passare come “bene” o come “degno” ciò che non lo è, arrivando a coartare la volontà umana con ricatti e false promesse di libertà (da) o perfino con obblighi imposti dall’“alto” (ma, in fin dei conti, non troppo in alto!) per ragioni utilitaristiche e logicamente improbabili, devono essere contestate senza mezzi termini. Questo è il caso, evidentemente, del cosiddetto Green Pass, ma anche delle varie e sempre più pressanti campagne per l’eutanasia, sicuramente avvantaggiate dalla mancanza di senso volutamente venutasi a creare nella situazione che stiamo vivendo.

Ma che cos’è la verità? Per i Latini è, da un lato, un fatto pratico, che più tardi sempre San Tommaso d’Aquino sintetizzerà come “adeguamento di una cosa con l’intelletto” e, dall’altro, un concetto spirituale/morale, dal momento che la parola veritas etimologicamente sembra ricollegarsi alla fede. Similmente, in ebraico essa è definita émet (da cui deriva anche il ben noto amen), ossia ciò che è solido, stabile, perché fondato su qualcosa che non crolla. Una visione pressoché identica è anche alla base del concetto greco di alétheia, che pone l’accento sul fatto che la verità è, letteralmente, “ciò che non è nascosto” in quanto fondato su una rivelazione trascendente rispetto ai ragionamenti e alle leggi degli uomini (che pure ad essa dovrebbero adeguarsi per essere realmente tali) ma da essi recepita e interiormente vissuta perché confacente alla propria natura “respons-abile”. Perfino l’antica idea orientale dell’“illuminazione”, intesa come cammino verso la verità attraverso la meditazione, ricalca questo principio. In tal senso si interpreta, dopo le riflessioni di Parmenide sulla “via della ben rotonda verità” e, più tardi, di Platone sulla “teoria delle idee”, la celebre frase evangelica “Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi” (Gv. 8,32; laddove però, è bene ricordarlo, per i Cristiani la Verità non si riduce a un semplice concetto ma è piuttosto una Persona: cfr. Gv. 14, 6 “Io sono la Via, la Verità e la Vita” [2]). A tutto ciò, infine, si ricollega semanticamente anche l’inglese truth, che sembra derivare da un’antica parola germanica indicante la fede ma anche l’essere stabili.  Quello verso la libertà è dunque un cammino, caratterizzato da dei “cartelli segnaletici” (alias dei principi morali stabili), che richiede una certa formazione e pratica non solo spirituale ma anche materiale e che comporta necessariamente dei sacrifici più o meno impegnativi, da valutare secondo la propria personale esperienza.

Come dunque reagire alle incredibili imposizioni che ci vengono di volta in volta prospettate? Sicuramente anche coloro che non hanno la potestà diretta di cambiare l’ambiente in cui si trovano, possono farlo con il celebre metodo definito da Gandhi Satyagraha. Questa è, come noto, una resistenza passiva fondata sull’adesione alla verità (satya), che spesso, classicamente, può significare anche il ritirarsi a vita (o ad insegnamento o professione) privata, magari proprio associandosi a chi persegue lo stesso scopo, pur di non sottostare a delle leggi ingiuste. L’esperienza insegna che un’adesione massiccia a questo principio, ancorché senza mai smettere di denunciare pubblicamente tramite tutti i canali di cui si dispone l’ingiustizia delle pratiche contestate, provoca presto o tardi il tracollo delle pratiche stesse.     

Riassumendo sarà bene ribadire con Palumbieri che “la libertà interiore […] non è puro arbitrio […] ma è libero arbitrio. La parola arbitrio dice autoorientamento. La parola libero dice atto criticamente motivato, cioè relazionato ad un quadro di valori stimolanti (motivazioni come motus ad actionem). Tale quadro è scelto dalla coscienza e i valori non sono astratti, ma vissuti dentro come esperienze interiori. Costituiscono così il progetto che, quando è fondamentale, racchiude i motivi dell’esistenza ed è la causa degli orientamenti e dei comportamenti del soggetto stesso […]. Ed è altresì ciò per cui il soggetto è anche disposto ad offrire la sua vita[2]”. Pertanto “la celebrazione più alta della libertà interiore è il dono che si fa di sé. E questo avviene solo nella logica dell’amore[3]”.

Florio Scifo


[1] Prova ne sia il fatto che chiunque agisca difformemente da questi sistemi valoriali è detto cattivo (dal latino captivus, cioè prigioniero), in quanto diviene schiavo del proprio arbitrio. Sulla necessità di rifarsi a dei valori tradizionali cfr., tra l’altro, C. S. Lewis, L’Abolizione dell’Uomo, Jaka Book Reprint 2016.

[2] Cfr. anche la celebre domanda rivolta da Ponzio Pilato a Gesù: “Quid est veritas?” (“Che cos’è la verità?”) alla quale Gesù non risponde ma che, anagrammata, riconduce alla frase “Est vir qui adest” (“È l’uomo che è di fronte [a te]”).

[2] Sabino PALUMBIERI-Cristiana FRENI, L’uomo meraviglia e paradosso. Trattato sulla costituzione, concentrazione e condizione antropologica”, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006, pp. 124-125.

[3] Ibidem, pag.122.

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