L’ Opt-in in materia di donazione degli organi: un possibile modello internazionale per la tutela dei neurodiritti?

Il Cile continua a trovare soluzioni pionieristiche interessanti in materie di tutela dei neurodiritti.

Chi è sensibile al problema storce il naso già da tempo per la continua esposizione a tecnologie di tracciamento psico-fisico, dalla profilazione sui social al riconoscimento mediante impronta digitale necessario per accedere ai nostri dispositivi informatici personali. Come già approfondito qui e qui, l’importante e pericoloso gap tra avanzamento delle neurtecnologie e arretratezza normativa in materia di habeas mentem pone l’umanità dinanzi a problematiche ancora più difficili da affrontare, rispetto al passato, in quanto inedite.

Ad esempio, la società Mining3 (già Cooperative Research Centre for Mining Technology and Equipment) propone lo SmartCap, un berretto che monitora le onde celebrali “utilizzando l’algoritmo Universal Fatigue Algorithm […] per determinare un livello di vigilanza. […] Un Life Display touchscreen, o un qualsiasi altro smartphone, è montato nella cabina del veicolo per fornire feedback e avvisi in tempo reale al conducente. Il monitoraggio centralizzato viene fornito tramite LifeHub, una suite di analisi ospitata nel cloud, che può anche inviare avvisi SMS ed e-mail ai supervisori e alla direzione della linea.”

Nonostante il dispositivo sia promosso come strumento di prevenzione degli incidenti sul lavoro, i minatori australiani a cui è stato proposto hanno subito sollevato obiezioni, temendone un uso distorto da parte del datore di lavoro (ad esempio per motivi disciplinari). Ma Brasile, Perù, Argentina e Cile stanno ugualmente prendendo in considerazione l’ipotesi di utilizzarlo. E non saranno gli unici, visto che i settori interessati al controllo computazionale della sicurezza dei lavoratori sono in aumento (si veda ad esempio questo studio inerente un’applicazione telefonica di rilevazione della sonnolenza del conducente).

Il punto è che anche se non ci è dato ancora sapere precisamente quando accadrà, il momento in cui sarà possibile leggere la mente attraverso le tecnologie è vicino. Il team del del Laboratorio de Neurosistemas dell’Università del Cile, sotto la guida del Professor Pedro Maldonado, grazie a recenti studi sull’active sensing sta sancendo il passaggio da uno studio passivo dell’attività cerebrale (cioè in funzione della sua reazione a stimoli ambientali) al rilevamento attivo delle interazioni tra attività motoria e sensoriale. Non è quindi un caso che proprio il Cile farà probabilmente da apripista per la tutela dei neurodiritti anche per altre normative quadro nazionali.

Sta già succedendo in Spagna, in cui l’articolo 24 della Carta dei Diritti Digitali prevede alcuni dei neurodiritti che il Cile sta inserendo nella propria carta costituzionale.

In questa sede, tuttavia, ciò che rileva della proposta cilena (che si compone sia dei lavori della nuova assemblea costituente che di un disegno di legge ordinario in materia di protezione della mente umana: limiti alle tecnologie di lettura e scrittura del cervello e all’accesso alle stesse e, in ultimo, protezione dai pregiudizi algoritmici) è la riflessione intorno ad alcune conseguenze dell’autodeterminazione (o libertà) cognitiva. L’assenza di restrizioni dovrebbe – infatti – riguardare tanto la modulazione dei propri processi mentali che la disponibilità delle informazioni inerenti questi processi (raccolta, analisi e vendita delle stesse inclusa).

Sotto l’egida di Guido Girardi (medico del Partido por la Democracia che ha promosso la creazione di un Ministero per la Scienza, la tecnologia, la conoscenza e l’innovazione), però, i senatori cileni hanno recentemente discusso della maggiore tutela che potrebbe essere garantita al cittadino laddove i neurodiritti fossero protetti su modello dell’Opt-in (consenso preventivo ed esplicito) già applicato alla donazione di organi. Quindi non solo l’autorizzazione esplicita sarebbe condicio sine qua non per accedere ai dati cerebrali di un cittadino ma, soprattutto, la loro cessione dovrebbe essere vincolata a uno scopo altruistico (cosa che li renderebbe non vendibili).

Come già avvenuto nell’ambito fiscale, in moltissimi paesi il passo dal Far West al “paradiso [della violazione dei] neurodiritti” è breve, e gli stati che volessero arginare con decisione questo pericolo perderebbero senza dubbio dei grandi investitori.

Un bilanciamento tra queste istanze opposte si potrebbe forse avere promuovendo un’agenda per i neurodiritti presso le Nazioni Unite. E così lo scorso marzo António Manuel de Oliveira Guterres (recentemente confermato segretario generale delle Nazioni Unite) e Michelle Bachelet (ex presidente del Cile) sono stati invitati (dal neurobiologo Prof. Rafael Yuste, direttore del Centro di Neurotecnologia della Columbia University, e dall’Avv. Jared Genser, ex professore presso il Law Center della Georgetown University) a creare un’apposita Commissione internazionale di esperti di scienza e diritto proprio in materia di neuro-diritti in vista dell’ambizioso obiettivo di redigere un trattato internazionalmente vincolante.

Ma la strada si preannuncia irta di difficoltà. Già in Cile i detrattori del disegno di legge lamentano un’eccessiva fumosità di quanto viene definito “mentale”. La “fallacia mereologica” (cioè inerente il rapporto delle parti con il tutto) sarebbe causata dall’insufficiente distinzione tra ciò che è neuronale, ciò che è psicologico e ciò che è mentale, con concentrazione quasi esclusiva sul cervello, come se fosse l’organo (e non la persona nella sua complessità) a provare emozioni o ad esercitare il libero arbitrio (aspetto che potrebbe rilevare in sede di valutazione della gravità di un reato). Una preoccupazione ancora maggiore viene poi suscitata dai freni che il disegno di legge porrebbe anche alla ricerca, in quanto «qualsiasi interferenza o forma di intervento di connessioni neurali […] attraverso l’uso di neurotecnologie […] che non abbia il consenso libero, espresso e informato della persona o dell’utilizzatore del dispositivo è proibito, anche in circostanze mediche.»

Tuttavia, sarebbe forse più utile contenere tutta questa preoccupazione per le mere prassi operative nel mondo accademico – e non solo – e incanalarla più proficuamente verso altri aspetti (come il rigore metodologico necessario per valutare pro e contro di una neurotecnologia).

Infatti, laddove si dimenticasse che maggiori garanzie vanno offerte al soggetto più vulnerabile, si potrebbe configurare un paradossale garantismo al contrario a partire dal quale la scienza e la tecnica, svincolate dalla cornice della filosofia della scienza, ci potrebbero accompagnare verso il punto di non ritorno.

(Julie Bicocchi)

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