La colonizzazione culturale della Sardegna

La Sardegna soffre di una colonizzazione culturale che ha imprigionato la mente dei sardi, ancorandola psicologicamente ad un modello di dominio culturale eurocentrico superato da almeno 70 anni. Si deve lavorare per obliare questo modello culturale generale superato.

Oggi a Cagliari 21 aprile 2026 in un interessante incontro, promosso dai Riformatori sardi, si è parlato dei costi dei trasporti delle merci via mare e si è detto che l’insularità comporta attualmente, con l’aggravio dei nuovi balzelli ecologici connessi alla produzione di anidride carbonica e la crisi globale in corso, che ha determinato l’aumento del prezzo dei carburanti, un costo insostenibile per l’economia sarda.

E’ stato presentato uno studio accademico che ha illustrato quanto costa oggi essere sardi; tuttavia, nessuna vera soluzione è stata illustrata dai conferenzieri, a parte un ex presidente della regione che ha proposto sic et simpliciter di smettere di produrre merci perché, a suo dire, non conviene in Sardegna.

Secondo tale illustre economista ci si dovrebbe limitare a produrre servizi che non scontano i costi del trasporto così alti come le merci.

Sempre secondo il relatore suddetto, Malta sarebbe un esempio da seguire in tal senso perché non produce secondo lui nessuna merce eppure ha un reddito pro capite doppio di quello sardo (non ha detto però che Malta è un grande deposito fiscale/finaziario ed ha un porto in esenzione fiscale).

Quanto alla Corsica, lo stesso relatore ha chiarito che il suo sistema di compensazioni e aiuti sarebbe migliore di quello sardo attuale per le merci e quindi, dovrebbe essere copiato dalla Sardegna ed, in tal senso, veniva incitata a fare l’assessora RAS di turno presente.

Tra l’altro, l’assessora RAS ha evidenziato che la Regione Sardegna, a differenza che per il trasporto di persone, per quello di merci non avrebbe istituzionalmente un ruolo incisivo allo stesso modo ma che il trasporto delle merci sarebbe ancora appannaggio, pressoché maggioritario, del ministero romano di competenza.

Il focus delle relazioni era comunque, sempre, il rapporto del trasporto merci tra isola e continente europeo (Italia o Unione Europea che fossero).

Dalla semplice visione dei grafici proiettati veniva anche evidenziato che non veniva valutato alcun collegamento merci tra Sardegna ed il resto del mondo.

E’ emersa perciò una visione complessiva dei problemi e delle soluzioni ancora legata alla mentalità coloniale del 900 che imprigiona i Sardi nel loro unico universo di un rapporto monotematico Eurocentrico o peggio italo centrico.

A fronte di tale chiusura psicologica generale è evidente, a mio parere, che non esiste proprio culturalmente in Sardegna un pensiero in linea con i tempi che invece vedono la totale perdita della centralità dell’Europa nel contesto dei commerci e degli scambi globali. Su questa carenza culturale generale a me pare che si dovrebbe lavorare molto e presto.

Basta vedere che la Sardegna non solo non ha nessun collegamento con l’Asia occidentale né con l’Africa che sono oggi i poli decisivi per il trasporto e l’allocazione delle merci e delle risorse oggi, ma che nemmeno si pensa culturalmente a porsi il problema di valutare che la realtà attuale vede il declino irreversibile dell’Europa come mercato e come luogo di produzione o allocazione delle risorse. 

In questo contesto, estremamente limitato e basato solo all’idea di interscambio con l’Europa, nessuno si è posto il quesito che la Sardegna ha una posizione centrale in un contesto globale e che il mare dovrebbe essere valutato come una risorsa da valorizzare e non come un costo da gestire con gli aiuti di Stato.

Siamo di fronte al paradosso che si chiedono aiuti per pagare le tasse ecologiche et simili, altrimenti, si dice, non si sarebbe competitivi secondo gli interpreti: un paradosso dove le entrate delle tasse, si dice, dovrebbero essere usate per aiutare a pagare le tasse mentre, viceversa, non si contesta la illogicità stessa della tassa esistente ma si chiedono soldi per pagare la tassa stessa.

Nessuno si chiede come mai per tutti i secoli i traffici siano stati facilitati dal mare e non impediti dallo stesso e come mai in Sardegna oggi il mare sarebbe percepito come un costo geografico e non come un vantaggio competitivo.

Come mai la SARAS spa ha presentato bilanci nel 2025 in attivo per 88 milioni di euro:non è anche essa in Sardegna?

Dunque, per la SARAS, il mare non sembra un costo e come mai ci si potrebbe chiedere.

Potremmo rispondere che è perché la SARAS ha un sistema logistico che conta sulla struttura dei depositi fiscali e che fa del mare un’autostrada già pronta per tutto il mondo e non solo per l’Europa.

Due cose sono semplici da fare dunque: insegnare ai Sardi ed alla loro classe dirigente a spogliarsi dalla loro cultura di colonizzati europei ed italiani e indicargli che la centralità dei loro interessi oggi non è più né l’Italia, né l’Europa.

Rispetto al “Continente” la Sardegna è irrimediabilmente periferica per geografia ma rispetto all’Africa e l’Asia occidentale, che solo i reduci del colonialismo britannico chiamano ancora medio oriente, la Sardegna è decisiva logisticamente, se bene inquadrata nel suo contesto Mediterraneo.

La proposta per trasformare il mare da costo a plusvalore per la Sardegna è semplice: occorre che si creino collegamenti fissi merci e trasporti in continuità territoriale con l’Africa e l’Asia Occidentale e che l’isola si strutturi, sfruttando le agevolazioni fiscali e doganali esistenti per diventare un grande deposito in esenzione fiscale europeo, come la SARAS è in piccolo e diventare deposito logistico per questi continenti ormai centrali nel sistema mondiale.

Cominciamo a spostare il focus della nostra mente dall’Europa anziana e decadente verso i paesi dove già esiste l’esplosione demografica e non saremo periferici ma diverremo perno del nuovo sistema Mediterraneo: alternative non ne abbiamo; o potenziamo tutte le relazioni culturali e commerciali dirette con questi continenti e tutto migliorerà senza dubbio, oppure saremo semplicemente travolti e sostituiti, senza aver nemmeno potuto dire la nostra.     

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