Civiltà di vergogna, civiltà attuale?

Qualche giorno fa è uscito sul “Corriere della Sera” un articolo a firma del Prof. Marco Ricucci, che merita una certa attenzione. L’autore, basandosi sui concetti di “civiltà di vergogna” (“shame culture”) e “civiltà di colpa” (“guilt culture”) elaborati dallo studioso britannico E. R. Dodds nel suo saggio “I Greci e l’Irrazionale” (“Greeks and the Irrational”, tuttora ritenuto un’analisi indispensabile per comprendere il mondo entro il quale si muovevano gli eroi descritti da Omero nell’“Iliade” e nell’“Odissea”) arrivava a sostenere che essi, trovandosi nelle nostre stesse condizioni di “emergenza sanitaria”, si sarebbero adeguati ad utilizzare la mascherina senza obiettare.

Ora, al di là del fatto lapalissiano che, per naturale esigenza di ossigenazione, non si possa certamente combattere corpo a corpo indossando una mascherina che copre interamente naso e bocca, l’articolo, nel riportare l’attenzione sulla “civiltà di vergogna”, arriva a toccare degli aspetti molto attuali e propri dei tempi che stiamo vivendo. Con “civiltà di vergogna” si intende, infatti, una civiltà in cui gli individui, specialmente se esponenti dei ceti dominanti, sono maggiormente preoccupati della propria immagine sociale piuttosto che di esprimere la propria individualità. Così essi, ad esempio, combattono sotto le mura di Troia non perché la ritengano la cosa più giusta da fare, ma perché se non lo facessero avrebbero vergogna dell’opinione pubblica nei loro confronti (si pensi alle parole di Ettore nel celebre dialogo con Andromaca). Come è noto, a questa concezione, già in età arcaica con l’“Odissea” (laddove Ulisse, re di Itaca, è disposto a tutto, perfino a spacciarsi per un povero mendicante, pur di rivedere sua moglie Penelope e suo figlio Telemaco), se ne affianca un’altra, la “civiltà di colpa” in cui il posto dell’opinione pubblica è preso dalla coscienza e dalle “leggi non scritte e immutabili degli Dei”, come dirà Antigone nella celebre tragedia di Sofocle.

Entrambi i poemi omerici, in realtà, sono “poemi di cultura”, nel senso che in essi gli antichi Greci hanno individuato una sorta di compendio delle virtù e dei vizi caratterizzanti la propria civiltà. In tal senso essi presentano più livelli di lettura. L’“Odissea” in particolare può essere letta, ed è stata letta simbolicamente fin dall’antichità, come un viaggio dell’uomo alla ricerca della verità, nascosta dal “velo di Maya” della ninfa Calipso (nome “parlante”) e dallo stesso velo che Penelope (altro nome parlante, come del resto lo sono tutti quelli del poema) tesseva di giorno e disfaceva di notte per tenere a bada i Proci. Altre opere “di cultura”, su cui si fonda la nostra civiltà, sono, ad esempio, l’“Eneide” di Virgilio e la Bibbia. Proprio nella Bibbia, precisamente negli Atti degli Apostoli, troviamo la celebre frase di San Pietro secondo cui “è meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, che rispecchia la concezione già espressa da Sofocle nell’“Antigone”. Lo stesso Gesù, inoltre, aveva chiarito che si debba dare “a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

L’armonia tra queste due visioni, che potremmo definire “humanitas classico-cristiana”, è propria dell’“età dell’oro” dell’Occidente ed è ciò che ha portato Roma ad essere considerata per oltre mille anni (fino almeno all’età cosiddetta “illuministica”, che ha inferto un grave colpo all’idea stessa di “legge divina”) un modello insuperabile di civiltà. Quando invece si ha la prevalenza della “civiltà di vergogna” su quella “di colpa” o viceversa (come accade nelle due concezioni, solo apparentemente opposte ma in realtà entrambe fondate su base economica, del comunismo e del capitalismo o, per dirla in termini più attuali, del neoliberismo) ecco che si apre una fase di decadenza.

Ai nostri giorni, la “civiltà di vergogna” è chiaramente prevalente. Le ragioni di questa prevalenza sono molteplici e non sempre troppo recenti: anzitutto la preminenza di interessi politici ed economici transnazionali su tutto il resto; in secondo luogo la forte diffusione di ideologie che tendono, da un lato a sottomettere totalmente l’individuo allo stato (che, come un novello padre di famiglia, si intromette sempre più prepotentemente nella vita privata delle persone) e, dall’altro, ad isolare gli individui tra loro; in terzo luogo la debolezza della Chiesa Cattolica, unica istituzione potenzialmente capace di fare da contraltare allo strapotere statale, in virtù del suo peso morale.

Un esempio lampante di quanto si è appena detto è dato dalla “raccomandazione” di indossare la mascherina in determinati contesti, anche in mancanza di un’apposita disposizione di legge statale. Di per sé, infatti, la raccomandazione non presenta alcuna forza normativa, fondandosi esclusivamente (e, aggiungiamo, subdolamente) sul senso di vergogna che certi cittadini potrebbero provare non indossandola in contesti dove tutte le persone intorno, ormai abituate, la indossano. Come durante le chiusure generalizzate del 2020, quando lo stato contava sui “delatori” per “scovare” coloro che non rispettavano le sue disposizioni, così ora conta sulla paura di alcuni e sulla vergogna di altri per cercare di mantenere questo stato di cose fino a nuovo ordine.  

Ci troviamo, parafrasando e integrando G. K. Chesterton, nell’era del Rotary e dei social media. Un’era che lo scrivente, già membro di un Rotaract Club con incarichi direttivi per diversi anni e collaboratore di vari Distretti Rotaract e Rotary, può certamente dire, senza paura di essere definito superbo, di aver conosciuto nei suoi pregi e difetti. Tra i pregi vi è senza dubbio l’interconnessione globale offerta tanto da associazioni come il Rotary quanto dai social media, oltre alle attività spesso assai meritorie svolte da Rotariani e Rotaractiani a sostegno delle comunità in cui operano. Tra i difetti, si segnala l’esaltazione acritica (e spesso inconsapevole) della “civiltà di vergogna”. Il buon Rotariano, come disse una volta un Governatore del mio ex Distretto di appartenenza, è infatti colui che si rende conto di dove tira il vento e riesce a dominarlo. Questo porta all’esaltazione del relativismo dal punto di vista religioso e morale (la stessa solidarietà e amicizia rotariane non trovano, salvo casi particolari, punti di riferimento più profondi dello “spirito di Club” o, al limite, della propria coscienza, che finisce così per essere preda di istituzioni più forti, quali lo stato) ed alla “totemizzazione” della democrazia (espressione politica del relativismo filosofico, dal momento che sottomette giustizia e verità immutabili al giudizio dell’opinione pubblica, a sua volta manipolata dai già menzionati gruppi d’interesse sovranazionali[1]) anche qualora essa non sia più che “il sogno di un’ombra”, parafrasando Pindaro.

Gli stessi stati moderni, nella maggior parte dei casi, con i loro governi slegati da ogni forma di controllo sono divenuti “automi”, pronti ad eseguire qualsiasi ordine venga da centri di potere esterni, anche nel caso in cui ciò ne danneggi grandemente gli interessi strategici. Volutamente diciamo “moderni” e non “contemporanei” dal momento che sebbene, perlomeno in Italia, questa situazione si sia acutizzata in anni recenti, con i “governi tecnici”, essa in realtà ha radici che risalgono almeno al Risorgimento e all’impossibilità di “fare gli italiani” dopo (anzi, prima di) aver “fatto l’Italia”. Così notava, infatti, sul finire del XIX sec. (“Diario di uno scrittore”, 1877), un osservatore esterno, forse non del tutto imparziale ma pur sempre acuto come F. Dostoevskij (che oggi qualcuno vorrebbe far sparire):

«Prendete per esempio il conte di Cavour – non è un’intelligenza, non è un diplomatico? Io prendo come esempio lui perché ne è già riconosciuta la genialità ed è già morto. Ma che cosa non ha fatto, guardate un po’; oh sì, ha raggiunto quel che voleva, ha riunito l’Italia e che ne è risultato: per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi quella papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano.

La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata e esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno[2] unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese – un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine.

Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

Privato di riferimenti morali assoluti e trascendenti, l’uomo finisce per esaltare sé stesso e le sue creazioni, ed anche fare il bene, lungi dal seguire il precetto “non sappia la tua destra quel che fa la sinistra”, finisce per essere un motivo per farsi notare con targhe, formalismo e simboli: “la forma è sostanza”. Si crea così la ben nota “dittatura del relativismo”, un pensiero unico fondato sulle sabbie mobili dell’opinione di chi comanda.

Lo stesso concetto di “bene comune”, così spesso abusato, deve essere realmente tale, non certo il frutto di imposizioni talvolta palesemente insensate (a cui ci si adegua per convenienza, paura o “quieto vivere”), discriminazioni e statistiche opinabili. Infatti, contrariamente a quel che diceva N. Machiavelli, il fine non giustifica mai i mezzi, perché anche il fine più giusto può essere compromesso dall’utilizzo di mezzi sbagliati.

Parimenti, nei social è praticamente impossibile giungere alla verità attraverso il dialogo, dal momento che qualsiasi discussione su argomenti “controversi”, se non viene direttamente censurata dal sistema, finisce per innescare un meccanismo d’orgoglio personale per cui nessuno dei due “contendenti” accetta di subire “l’onta” di correggere pubblicamente la propria opinione iniziale, arrivando talvolta a sostenere posizioni del tutto assurde e contraddittorie. Lo stesso dicasi dei mezzi di comunicazione di massa, divenuti ormai espressione del pensiero unico dominante.

Un pensiero che arriva a “zittire” perfino il Papa quando, andando contro quella stessa linea di cui durante la pandemia si è fatto acritico portavoce (si pensi al celebre documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla liceità morale dei vaccini contro il coronavirus, sulle cui carenze sostanziali chi scrive si è già più volte espresso), afferma delle verità autoevidenti, ossia che gettare benzina su un fuoco non sia certamente il modo migliore per fermare un incendio come il conflitto tra Russia e Ucraina, a maggior ragione se si è contribuito per anni, fomentando l’odio tra popoli confinanti ed espandendo alleanze militari antistoriche oltre i limiti dell’equilibrio, a provocare questo incendio.

Per concludere, dopo aver corretto Machiavelli, sarà opportuno provare a correggere anche Kant e i neokantiani veri o sedicenti sottolineando che, se è bene che “dentro di me” vi sia la legge morale, è meglio che “sopra di me” non vi sia solo “il cielo stellato” ma la legge divina e di fianco a me vi sia la legge statale, che non dovrebbe mai entrare in contrasto con le prime due. In caso contrario, qualora questo triangolo sia imperfetto, saremmo preda della vergogna, animali impauriti dalle tempeste e pronti a ripararsi sotto il primo tetto che capita.

Florio Scifo       


[1] Nemmeno le varie Costituzioni ed il diritto dei popoli, come si è ben visto durante la pandemia, sono sufficienti a fermare questa deriva di fronte alle crisi vere o presunte.

[2] Si sostituisca a “regno” la parola “stato” ed avremo l’Italia contemporanea, felice di ricoprire un ruolo subalterno perfino nella politica interna al “Mare Nostrum”, ossia il Mediterraneo.

3 pensieri riguardo “Civiltà di vergogna, civiltà attuale?

  1. Ho letto con una certa attenzione l’articolo. Sei il figlio dell’Avv. Francesco Scifo, a cui chiesi, prima di sceglierlo come mio avvocato nelle mie vicende giudiziarie, se era massone. Mi rispose che non poteva esserlo perchè era cattolico praticante. Ne fui confortato e gli chiesi di essere il mio avvocato di fiducia. Avevamo un comune trascorso nella battaglia per l’attivazione del nostro diritto alla Zona Franca. Trascorso in cui l’ho sempre sostenuto con forza e stima. Leggendo l’articolo e trovandoci frequenti citazioni di appartenenza al rotary, mi sono alquanto stupito della cosa. Il rotary è un’organizzazione elitaria creata dalla massoneria e a suo servizio. La massoneria è un’organizzazione satanica che poco si concilia con il cristianesimo, con il bene e con l’etica. Le domande che mi sorgono spontanee sono queste: Sei massone? Se sì, lo sei a insaputa di tuo padre? Siete ambedue massoni e tuo padre mi ha mentito? Scusa se ti do del tu e se ti faccio queste domande, ma nel mio mondo la verità è sovrana,e mentire, salvo non sia il maggior bene come quando ci si trova di fronte ad un nemico, è disonorevole. Con amicizia Sergio discendenza Saruis (Sumera) [image: satana.jpg]

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    1. Buongiorno, il Rotary, sebbene presenti alcune somiglianze con la massoneria (in particolare per la diffusione del relativismo e di una certa “morale laica” a mio parere non ben fondata su solidi principi), di per sé non si identifica con essa. Inoltre, per quanto io non faccia più parte del Rotaract per le ragioni che ho esposto (principalmente per la posizione presa dall’Associazione in favore delle misure discriminatorie in tempo di pandemia), attualmente non esiste nessun divieto esplicito del Magistero della Chiesa che impedisca ai Cattolici di far parte di un Rotary Club. Un tale divieto, invece, esiste per quanto riguarda la massoneria.

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  2. Il giorno ven 27 mag 2022 alle ore 22:06 Sergio Saruis < dorsaiperduto@gmail.com> ha scritto:

    Ho letto con una certa attenzione l’articolo. Sei il figlio dell’Avv. > Francesco Scifo, a cui chiesi, prima di sceglierlo come mio avvocato nelle > mie vicende giudiziarie, se era massone. Mi rispose che non poteva esserlo > perchè era cattolico praticante. Ne fui confortato e gli chiesi di essere > il mio avvocato di fiducia. Avevamo un comune trascorso nella battaglia per > l’attivazione del nostro diritto alla Zona Franca. > Trascorso in cui l’ho sempre sostenuto con forza e stima. > Leggendo l’articolo e trovandoci frequenti citazioni di appartenenza al > rotary, mi sono alquanto stupito della cosa. > Il rotary è un’organizzazione elitaria creata dalla massoneria e a suo > servizio. > La massoneria è un’organizzazione satanica che poco si concilia con il > cristianesimo, con il bene e con l’etica. > Le domande che mi sorgono spontanee sono queste: Sei massone? Se sì, lo > sei a insaputa di tuo padre? Siete ambedue massoni e tuo padre mi ha > mentito? > Scusa se ti do del tu e se ti faccio queste domande, ma nel mio mondo la > verità è sovrana,e mentire, salvo non sia il maggior bene come quando ci si > trova di fronte ad un nemico, è disonorevole. > Con amicizia > Sergio discendenza Saruis (Sumera) > [image: satana.jpg] > >

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