Faber fortunae aliorum: lusinghe e scommesse del transumanismo.

Qualche decina di sensori (di 0,1 millimetri cubi ciascuno) possono costituire, una volta attaccati al cuoio capelluto, una rete di “neurorgani” comunicanti e utili a registrare l’attività cerebrale. Un altro tipo di sensori possono utilizzare l’attività corporea umana per estrarre di criptovaluta.

L’Università di Washington, la Columbia University e il New York Genome Center della Rockefeller University stanno da tempo cercando il modo per archiviare il maggior numero di dati per più tempo possibile (si stima, fino a 500 anni) in un millimetro cubo di DNA. Allo scopo, è nata la DNA Data Storage Alliance (qui gli attuali membri).

Nei processi terapeutici di contrasto al disturbo d’ansia sociale è ora possibile ricorrere alla realtà virtuale, mentre le nanotech sono sempre più al centro di iniziative (come la NNI) di promozione del loro uso in ambito medico.

A Parigi, la start up Ekim fornisce alle pizzerie personale robotico (del valore di 500.000 euro cadauno) capace di impastare, condire, infornare e servire pizze al cliente.

Già nel 2018, l’ipotesi di sostituzione dei docenti con avatar era collocata nel 2027.

E, ancora: su input dell’ex CEO di Amazon (nonchè ex uomo più ricco del mondo, recentemente battuto da Musk) Jeff Bezos (supportato da altri multimiliardari, e quindi verosimilmente filantropi, del calibro di Yuri Milner) la start up Altos Lab lavorerà sulla riprogrammazione cellulare e l’inversione dell’orologio biologico, alla ricerca dell’eterna giovinezza.

Queste e le tante altre notizie dello stesso tenore che ci bombardano ormai da anni sono accomunate dallo stesso sottofondo: la convergenza uomo-macchina, il corpo umano come mezzo per esplorare e superare i propri limiti, l’evoluzione della specie umana attraverso un’inedita trascendenza tecnomediata. In una parola: transumanismo.

Quando, a metà Novecento, il genetista Julian Huxley, fratello dello scrittore Aldous, coniò il termine, prefigurava l’aspirazione della propria specie a imprimere una svolta etica nella linea evolutiva umana, all’insegna del conseguimento di importanti traguardi di emancipazione sociale.

Nel tempo, questa visione utopistica ha cambiato prospettiva (e in parte nome, spesso riassunto in H-plus, >H o H+): partire dalla scienza per potenziare al massimo la condizione umana naturale in vista del definitivo “superamento” di alcune caratteristiche fisiologiche individuate come problematiche: l’invecchiamento, i limiti fisici, i limiti mentali. Erano gli anni in cui prendeva piede un certo immaginario fantascientifico che, oltre a proiettarci in mondi lontani, alimentava sogni come il ripristino di arti o organi con le biotecnologie, o la rapida e indolore cura del corpo dentro ipertecnologiche e sempre assortitissime infermierie.
Il transumanismo contemporaneo, che si considera una filosofia in continuità con i principi ispiratori di Umanesimo e illuminismo, “prevede la possibilità di ri-progettare la condizione umana in modo di evitare l’inevitabilità del processo di invecchiamento, le limitazioni dell’intelletto umano (e artificiale), un profilo psicologico dettato dalle circostanze piuttosto che dalla volontà individuale, la nostra prigionia sul pianeta terra e la sofferenza in generale” e promuove il “diritto individuale di espandere le capacità fisiche ed intellettuali e di aumentare il controllo sulla propria vita. Aspiriamo ad una crescita personale ben al di là delle limitazioni biologiche a cui siamo oggi legati“. Già partendo da questi due principi potremmo chiederci in base a quali criteri possa, di volta in volta, prevalere (o anche solo coesistere) la “circostanza” o il “diritto individuale”. O come si possa promuovere il “benessere di tutti gli esseri senzienti (siano questi umani, intelligenze artificiali, animali o eventuali esseri extraterrestri)” e, al contempo, bypassare le eventuali declinazioni personali (e non “allineate”) di benessere…

Chiariamo subito un punto: non stiamo giudicando l’evoluzione medica o tecnologica in un’ottica luddista e quindi non attribuiamo in modo manicheo un valore positivo a ciò che è naturale e un valore negativo a tutte le attività o possibilità ad alto contenuto tecnologico.

Quello che semmai vogliamo chiederci è: è sempre legittimo (e perchè) ricorrere a certe soluzioni non disponibili nel mondo naturale? Laddove si mostrasse la loro legittimità, può essere altrettanto legittimo (e quindi non passibile di discriminazioni) scegliere liberamente di non farvi ricorso?
E, ancora: è possibile la realizzazione del transumanesimo nella pacifica convivenza con altri approcci esistenziali? O, come paventano alcuni, la parallela sopravvivenza delle precedenti e diversificate filosofie diventerebbe un ostacolo alla sua piena realizzazione?

La risposta potrebbe non essere così scontata.

Ad esempio, durante un recente dibattito presso la Oxford Union Society inerente il rapporto tra etica e tecnologia, è stata interrogata un’Intelligenza artificiale sulle possibilità concrete di integrare la IA nelle nostre vite senza arrivare a una soppraffazione dell’umanità. La prima risposta ricevuta è stata, emblematicamente: “No AI at all“. Ma poi ha aggiunto una seconda possibilità: integrarla nei nostri cervelli come un’intelligenza artificiale cosciente.

Senza mettere in dubbio l’imparzialità della risposta di tale AI (sicuramente programmata con i criteri trasparenti tipici dell’interpretable machine learning) è curioso che il suo oracolo favorisca la sovrapposizione con il punto di vista del filosofo e neuroscienzato svedese Anders Sandberg secondo cui non solo è possibile ma finanche doveroso, per l’homo sapiens sapiens, svilupparsi “a livelli, fisicamente, mentalmente e socialmente superiori, utilizzando metodi razionali” (in alcuni ambienti si è parlato anche di paraumani).

Il nocciolo della concezione transumana é la inesistenza. Alla fine la persona e le cose, l’intero universo viene dematerializzato in una concezione virtuale nella quale la malattia, l’età, la stessa condizione umana reale viene sostituita da un dover essere virtuale programmato da nuove divinità: i programmatori. Il sistema creato ha così trasferito l’assetto delle coscienze dal piano individuale a quello centralizzato programmato da uomini ma attuato e gestito, almeno in prospettiva, da AI.
Perciò la transizione dalle volontà individuali ad una collettivizzazione forzata reale su base virtuale é aperta ed é il percorso del lasciapassare verde o green pass che i regolatori chiamano ironicamente, rovesciando la realtà, lasciapassare di libertá.

Riassumendo al massimo, potremmo concludere che per il transumanista, in ambito tecnologico tutto ciò che si può fare, si deve fare. Il punto è che da tale assunto possono discendere delle conseguenze concrete al limite del paradosso (es. contemporanea applicazione in uno stesso contesto di istanze tecnologicamente evolute ma diametralmente opposte in quanto a effetti), il che rende il costrutto teoreticamente un po’ debole (e, compensativamente, dogmatico: non a caso recentemente si è parlato del transumanismo come nuova religione).

Ma ci sono anche altri aspetti che meritano attenzione.

Secondo il manifesto transumanista l’obiettivo della specie umana è l’ “affrancamento dai vincoli naturali mediante scienza e tecnica eticamente orientate” per diventare “artefici coscienti della propria libertà”. Inoltre la differenza tra uomo e animale ” […] sta nel diverso modo di rapportarsi al suo ambiente: l’animale si limita ad adattarsi all’ambiente naturale, mentre l’uomo tende ad adattare l’ambiente naturale a se stesso, padroneggiandolo e plasmandolo con gli strumenti della tecnica“.

Anche su questo punto sono inevitabili un paio di obiezioni.

Intanto in natura abbiamo altri animali che plasmano l’ambiente alle proprie esigenze: i castori ad esempio, la cui peculiarità nel costruire dighe è nota a tutti.

E, restando proprio nell’esempio della costruzione delle dighe, attività che accomuna i castori con l’uomo, va notato che i castori, tipicamente, nel costruirlè per se’ stessi, come difesa dai predatori, supportano contemporaneamente la conservazione dell’ecosistema in quanto la stessa diga è un filtro naturale contro limo, agenti inquinanti e pesticidi e offre riparo anche ad altri animali come anatre e pesci. E anche le esondazioni fluviali in corrispondenza delle dighe fanno parte del ciclo di vita stagionale del corso d’acqua interessato: in natura c’è sempre una perfetta integrazione tra specie animale e ambiente.

Confrontando il comportamento del castoro con quello dell’uomo, è invece evidente come spesso quest’ultimo modifichi l’ambiente ignorando alcuni aspetti che, oltre a dannegiare nell’immediato altre specie animali o vegetali (alterandone irreversibilmente l’habitat, per esempio), a lungo termine si ritorcono persino contro la propria specie, come dimostrano – restando nell’esempio delle dighe – le non poche preoccupazioni da tempo suscitate dalla diga dello Henan, in Cina, o le tristemente note vicende della diga del Vajont. Questi due esempi dimostrano quindi che la scienza svincolata da un’etica della scienza (che è anche etica delle conseguenze), più che trascendenza della condizione umana esprime dis-integrazione dall’ambiente naturale circostante, riducendone nella fattispecie la salubrità per tutti i viventi che vi insistono, uomo incluso: ed è davvero difficile pensare a una vita sana in un ambiente malato.

Produrre una diga inaffidabile non è una condizione “naturale” (cioè “necessaria”) dell’uomo. Semmai è la conseguenza dell’uso improprio dell’efficientissimo strumento che abbiamo naturalmente in dotazione: il cervello. Siamo dunque sicuri che la soluzione per produrre dighe più sicure e meno impattanti sarebbe potenziare il cervello, quando in realtà basterebbe usarlo? Quante cose potremmo già fare e persino migliorare proprio a partire da ciò di cui siamo già dotati naturalmente (e che rappresenta ancora un grande mistero per i maggiori esperti di neuroscienze)?

Sembra un po’ il ragionamento che ultimamente va per la maggiore in certi ambiti medici: cercare di sintetizzare farmaci sempre più potenti, senza mai considerare che restare sani è più importante (e semplice!) di curarsi, e che per farlo basterebbe promuovere una cultura del potenziamento naturale del sistema immunitario. Per non parlare delle riforme che ci attendono nel settore scolastico: bambini che non dovranno imparare a scrivere perché quaderni, libri, penne e matite verranno sostituiti da un unico strumento: un tablet su cui premere un dito. Le capacità mnemoniche e di calcolo delle nuove generazioni saranno sempre meno allenate perché non ci sarà argomento o calcolo appreso senza intermediari “artificiali”. E, mentre scriviamo, negli Stati Uniti si stanno già creando nicchie di mercato per innovativi dispositivi di neuropotenziamento destinati a diventare fattori di competizione sleale rispetto ai disoccupati incapaci di acquistarli e quindi di accedere a certe posizioni lavorative. Ma non sarebbe intanto più sensato prevenire l’atrofizzazione di alcuni funzionamenti cerebrali?

Ci potrebbero essere molti altri esempi e considerazioni ma, in generale, la sensazione che si ha nel confrontarsi con l’impianto teorico transumanista è che tenda a legittimarsi qualificando come “etico” un approccio che punta, più semplicemente, a svincolarsi da alcune responsabilità.

Ad esempio, tra gli argomenti più intriganti della filosofia transumanista c’è, come dicevamo in apertura, la ricerca dell’eterna giovinezza. Il dibattito è avvicente: alcuni si focalizzano sulla patologizzazione della vecchiaia, nella speranza che l’OMS la dichiari quanto prima una malattia. Altri invece puntano il dito contro l’inevitabile problema della sovrappopolazione che la vita eterna alimenterebbe. La soluzione con cui molti escono dall’empasse è che questa presunta evoluzione, inizialmente attribuita “alla specie” sul piano teorico, non potrà essere condivisa proprio con tutti gli individui della specie all’atto pratico. “Almeno fino a che non potremo colonizzare altri pianeti!“, precisano alcuni (tra cui Jeff Bezos, in un emblematico discorso tenuto di recente al Washington Cathedral).

Verrebbe da rispondere, con un adagio popolare, che le promesse a babbo morto non sono molto allettanti. Ma volendo comunque proseguire nel ragionamento, e quindi restando in attesa che la colonizzazione di altri pianeti diventi possibile, un’altra domanda sorge spontanea: siamo proprio dinanzi a una prospettiva di società transumanista o è più facile che, in prima battuta, si realizzi solo una trans-elite?

Nel secondo caso, chi avrebbe il diritto di far parte del novero degli eletti, e perché?

E tale ipotetica elite di immortali, a che costo (e con che reversibilità) per l’ambiente e per i propri conspecifici (in termini anche politici, culturali, economici, di diritti umani) potrebbe essere realizzata?

Per ora la sensazione è che sempre più cittadini, forse affaticati da un’esistenza tutt’altro che naturale, stiano riponendo le ultime speranze di un futuro migliore in una prospettiva che li illude di trasformarli nel faber fortunae suae ma che, con grande probabilità li renderà solo (e senza alcuna significativa novità nella storia dell’uomo) faber fortunae aliorum.

(Julie Bicocchi e Francesco Scifo)

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